Giornata mondiale dei diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza. Nell’Auditorium ‘Calipari’ del Consiglio regionale. Ricordata la figura del magistrato Rosario Livatino

Una mattina come tante, lungo la provinciale che collega Porto Empedocle allo svincolo di Caltanissetta dell’autostrada Palermo – Catania. Rosario Livatino, 38 anni, come ogni giorno, raggiungeva il Tribunale nisseno con una vecchia Ford Fiesta amaranto, senza scorta, nonostante le sue indagini avevano svelato inquietanti legami tra Cosa Nostra e ‘colletti bianchi’ dell’agrigentino. I suoi assassini si materializzano, in quattro, su una vettura, affiancandolo e costringendolo all’arresto. Rosario Livatino scende dall’utilitaria e tenta di guadagnare un campo vicino. Lo inseguono e gli sparano numerosi colpi di pistola, fino a ucciderlo. L’agguato viene notato da un imprenditore originario di Brescia, di passaggio: Luigi Nava. Sarà costretto a cambiare vita per la sua testimonianza, protetto per lungo tempo dalle forze di polizia.il tavolo dell'iniziativa
Due anni prima, nel settembre del 1988, i sicari di Cosa Nostra su quella stessa strada avevano assassinato il giudice Antonino saetta e il figlio Stefano, amici di Rosario Livatino, e due anni dopo, un coraggioso maresciallo dei Carabinieri, Giuliano Guazzelli, anch’egli collaboratore di Livatino. Così le potenti ‘famiglie’ mafiose dell’agrigentino misero a tacere per lungo tempo le indagini sui loro traffici.
Nell’Auditorium ‘Calipari’, provenienti dalle scuole di tutta la provincia di Reggio Calabria e dal liceo ‘Rapisardi’ di Canicattì(AG), sono giunti centinaia di ragazzi e ragazze per riflettere sulla morte di Livatino nella Giornata mondiale dedicata ai diritti di infanzia e adolescenza. Con loro, il Garante Antonio Marziale, il presidente della Corte d’Appello di Reggio Calabria, Luciano Gerardis, e il segretario della sezione dell’Associazione magistrati di Reggio Calabria, Antonino Laganà.
Nel corso dell’iniziativa,  è stato proiettato il film “Il Giudice Ragazzino”, girato nel 1994 dal regista Alessandro di Robilant, che tratteggia la sensibilità sociale e l’intransigenza del giovanissimo e fedele servitore dello Stato.
Nella sua introduzione, Antonio Marziale ha evidenziato che “bisogna offrire ai giovani la possibilità di capire che esiste una possibilità rispetto ai modelli sbagliati imposti dalla società e dal sistema dei mass media, che possono smarcarsi dall’atavica pressione della mafia attingendo ad esempi, come quello lasciatoci in eredità da Livatino, fatto senza dubbio di paure, ma di un coraggio più forte della paura. L’occasione – ha detto il Garante – è anche quella di aiutare bambini e adolescenti a percepire correttamente la figura del magistrato e il suo impegno sul territorio”.
Il giudice magistrato Antonino Laganà, ha raccolto la ‘provocazione’ di Marziale, sottolineando la finitezza dell’uomo:”Siamo esseri umani normali, con le nostre paure e con il peso delle dinamiche quotidiane di ognuno. Abbiamo deciso di servire lo Stato e preparare il terreno per sconfiggere la mafia. Noi prepariamo il terreno – ha detto Laganà rivolto ai  giovani presenti  – ma sarete voi, con la vostra vita e le vostre scelte a sconfiggere il crimine. Noi – ha aggiunto Laganà – abbiamo il dovere di essere magistrati sempre, anche nei nostri atteggiamenti fuori dai Tribunali, rifiutando, come ha testimoniato Rosario Livatino, ogni sorta di compromesso”.l'Auditorium durante la manifestazione
Sono seguiti poi gli interventi di Antonino De Pace, presidente del Circolo del Cinema “Cesare Zavattini” e Claudio Scarpelli, presidente del Circolo del Cinema “Charlie Chaplin”, e del giornalista Enzo Gallo, portavoce delle Associazioni ‘Tecnopolis’  e “Amici del giudice Rosario Angelo Livatino”,  che ha parlato “dell’importanza di raccontare e tenere viva ai giovani la conoscenza di gente come “il giudice ragazzino” attraverso la narrazione, disvelando dettagli delle riprese del film interpretato, tra gli altri, da Giulio Scarpati, Sabrina Ferilli e dal compianto attore calabrese Leopoldo Trieste. Una produzione, che ci consegna la bontà di Rosario e l’onestà, la dirittura morale, che chi come me lo ha conosciuto ha rivissuto nelle scene”.
Per Don Giuseppe Livatino, postulatore del processo di canonizzazione diocesano del magistrato, “Rosario era un uomo di Fede, che rispettava i poveri e non esibiva il proprio prestigio, non calpestava i diritti della gente che non godeva dei suoi stessi benefici e serviva la legge, quale strumento di eguaglianza e libertà”.
“E’ stata oggi una grande occasione – ha concluso il presidente Luciano Gerardis – per mostrarvi praticamente chi è, cosa fa e come vive un giudice, che non può rimanere chiuso nella propria stanza, nel proprio ufficio se intende applicare con equità la giustizia. Esso è chiamato a conoscere la società. Mi ha emozionato la visione del film, che avevo già visto, perché richiama alla mia memoria i primi anni della mia attività in magistratura e a quante vocazioni, postume alla morte di Livatino, Falcone e Borsellino, si erano formate in seno ad uomini e donne di legge. Ciò vuol dire che quelle morti non sono accadute invano”.

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