La sicurezza “vista” dall’Occidente: evidentemente gli uomini, e i morti, non sono tutti uguali…

Il recente scandalo della “manipolazione” russa dei mezzi di comunicazione occidentali, in particolare dei social, presenta aspetti molto inquietanti e merita approfondimenti specifici. Qui desidero solo accennare, piuttosto, al modo – ancora sorprendentemente auto-referenziale – con cui l’Occidente sembra “guardare” se stesso e il resto del mondo.sicurezza vista occidente2
Il 28 gennaio 1986 lo Space Schuttle Challenger, dopo appena 73 secondi di volo, esplose in cielo, provocando la morte dei 7 astronauti, fra cui due donne, a bordo: un disastro terribile, soprattutto per la Nasa. Ma negli stessi giorni un’ennesima alluvione/inondazione nel Sud-est asiatico, se non sbaglio in Bangladesh, causava decine di migliaia di morti. I giornali italiani (e non solo) dell’epoca dedicarono tutte le prime pagine alla caduta dello Shuttle e appena qualche trafiletto alla tragedia in Asia.
Evidentemente gli uomini, e i morti, non sono tutti uguali.
Come tutti ricordiamo, l’attentato al giornale satirico Charli Ebdo di Parigi del 7-9 gennaio 2015, che ha causato 17 morti, ha impegnato le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo per giorni, se non per settimane, determinando una durissima reazione dei vertici politici dei Paesi e nell’opinione pubblica occidentale. Invece, il recente attacco terroristico all’hotel Nasa-Hablod di Mogadiscio del 29 ottobre 2017, per altro già colpito il 26 giugno, ha fatto più di 20 morti, ma è passato praticamente sotto silenzio: il Corriere della Sera vi ha dedicato appena qualche riga, relegando la notizia a pagina 15. Prima pagina e grandi spazi, invece, sempre sul Corriere della Sera – proprio mentre scrivo – per l’attentato islamico col pick up di New York del 31 ottobre 2017, che ha causato 8 morti.
Evidentemente gli uomini, e i morti, non sono tutti uguali.
sicurezza vista occidente3Il 16 ottobre 2017 i terroristi islamici di Al Shebaab facevano esplodere due camion sempre a Mogadiscio, in Somalia, uccidendo – dice il bollettino finale – ben 358 persone. Una cifra agghiacciante: trecentocinquantotto! Anche in questo caso, i più importanti giornali italiani (e non solo) hanno dedicato alla terribile tragedia africana appena un trafiletto nelle pagine interne: il Corriere della Sera dà qualche indicazione, con indicazioni approssimative sui morti («almeno 30 morti»), in poche righe, nella lontana pagina 11. Se la stessa tragedia fosse accaduta a Roma, a Copenaghen o a Berlino, avremmo avuto fiumi di articoli e accesi dibattiti televisivi.
Evidentemente gli uomini, e i morti, non sono tutti uguali.
È chiaro che la “rilevanza mediatica” di un evento, a maggior ragione se tragico, dipende anche dal “luogo” in cui accade: più vicino a noi è il luogo, più intesa e forte la reazione. È pure chiaro che si presume che alcuni luoghi [i c.d. Stati canaglia, fantocci (Puppet States) o falliti (Failed States)] siano cronicamente instabili, a differenza di altri che invece (forse presuntuosamente) si presume siano simbolo di civiltà, nonché oasi di tranquillità, pace e divertimento. Ed è altresì chiaro che, forse, esiste una precisa (anche se non dichiarata) strategia dei mezzi di stampa occidentali volta a “minimizzare” – almeno quando non colpiscono direttamente Paesi occidentali – le vittime del terrorismo, soprattutto islamico, per altro apparentemente in rotta dopo le sconfitte di Mosul e Raqqa.

Al convegno promosso a Reggio da un’associazione di avvocati l’avvocato tunisino Essid Abdelaziz premio Nobel per la pace, ha ricordato che mentre a Londra c’è un attentato terroristico ogni sei mesi circa, a Tunisi non ve ne sono stati più dopo il 2015. Ciononostante, l’assordante battage dei mass media occidentali ha determinato la drastica cessazione dei flussi turistici verso la Tunisia.

Al convegno promosso a Reggio da un’associazione di avvocati, il tunisino Essid Abdelaziz (avvocato) premio Nobel per la pace, ha ricordato che mentre a Londra c’è un attentato terroristico ogni sei mesi circa, a Tunisi non ve ne sono stati più dopo il 2015. Ciononostante, l’assordante battage dei mass media occidentali ha determinato la drastica cessazione dei flussi turistici verso la Tunisia.

Ma è altrettanto chiaro, almeno a chi scrive, che soprattutto Stati Uniti ed Europa (e i Paesi loro vicini) non solo hanno la “memoria corta” sul loro non sempre felice passato (basti pensare al colonialismo e ai genocidi culturali perpetrati qui e lì nel mondo), ma anche che rimangono tutt’oggi dannatamente “occidento-centrici”, dovendo curare precisi interessi economici e geopolitici, secondo le vecchie logiche di potenza. È come se una parte dell’Occidente fosse accecata dalle proprie certezze culturali, che paternalisticamente pretende di esportare (c.d. paternalismo costituzionale), preferibilmente manu militari: la tragedia dell’Afghanistan, che ancora continua, docet.
Insomma è chiaro, ancora una volta, che evidentemente gli uomini, e i morti, non sono tutti uguali.
Del resto, ho avuto conferma che la “percezione della realtà” da parte degli occidentali non sia sempre lucida proprio qualche giorno fa, durante un bel convegno promosso a Reggio da un’associazione nazionale di avvocati cui ho partecipato come relatore, fra l’altro tenutosi proprio al Consiglio regionale. In quella sede, l’avvocato tunisino Essid Abdelaziz, premio Nobel del quintetto per la pace 2017, ha ricordato la differente “visione” occidentale della sicurezza di Londra e di Tunisi: mentre a Londra c’è un attentato terroristico ogni sei mesi circa, a Tunisi non ve ne sono stati più dopo il 2015. Ciononostante, l’assordante battage dei mass media occidentali ha determinato la drastica cessazione dei flussi turistici verso la Tunisia (che in fondo vive proprio di turismo), senza invece che sia cambiata la percezione pubblica sull’effettiva sicurezza di Londra…
Ma di che ci stupiamo, in fondo? Del resto, le agenzie di stampa più importanti si contano sulle dita delle due mani e sono quasi tutte in mani occidentali o filo-occidentali (europee, americane, giapponesi, ecc…). Così va il mondo.
Le nostre società rischiano di non essere più veramente «aperte», ma al contrario sembrano decadenti e ripiegate su sé stesse, se non xenofobe. In questo “clima” culturale, i poveri, gli emarginati e i diversi (gli «altri») non interessano o interessano solo per essere tenuti il più possibile a distanza. E, quando non si riesce a demonizzarli/eliminarli, basta ignorarli.

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