Il giornalismo nell’era di Internet e delle fake news. Intervista a Marco Frittella: “Oggi l’orizzontalità della rete ha stravolto tutto nel bene e nel male”

Fake news ed hate speech rischiano di inquinare l’informazione e di influenzare in modo fuorviante l’opinione pubblica. Basti considerare le cifre da capogiro del web per farsi un’idea:ogni minuto piovono “like” su circa 2,43 milioni di foto di Instagram e vengono tradotte da Google 69 milioni e mezzo di parole.

Il giornalista Marco Frittella

Il giornalista Marco Frittella

Non contando Youtube, Twitter e Facebook, questi numeri rendono evidente come per i social network ed i grandi colossi del digitale non sia possibile valutare ogni singolo contenuto caricato dagli utenti. Ad approfondire con noi l’analisi sulla nuova architettura della comunicazione è Marco Frittella, icona del giornalismo italiano e volto noto dell’edizione delle 13,30 del Tg1- Rai. Docente universitario, in tv ha curato e condotto la rubrica domenicale di libri Focus-Billy e dal giugno 2010 “Camere con vista”, rubrica settimanale di commento politico per Unomattina.

La verità è raramente pura. Orwell, nel suo romanzo storico, “1984”, riteneva che attraverso la cancellazione del passato e l’ortodossia si sarebbe sancita la formula: “the lie became the truth”.Si parla tanto di post-verità, ma è davvero qualcosa di nuovo?

“No, perchè la menzogna è parte costitutiva dell’uomo e quindi anche dell’informazione e della comunicazione tra gli essere umani. La post-verità è semplicemente un modo gentile e sociologicamente colto per parlare di menzogna, non è altro. Quello che poi volgarmente definiamo bufala è qualcosa che non ha riferimento a dei dati concreti e veritativi. Io non credo alla verità obiettiva, nel senso che non credo che possa esistere un giornalismo obiettivo. Il giornalismo è un’attività umana e come tale soggetta al giudizio e al pregiudizio, al momento, alla volontà di chi la esercita. La post- verità è però un’intenzionale modificazione dei dati della realtà e questo è inaccettabile. La menzogna è costitutiva ma non per questo è accettabile”.

Scrive Baricco che “la prima ovvia obiezione al termine post-verità è che non è mai esistita un’epoca della verità”. E ancora: “come tutte le bufale, quella delle post verità esegue un’acrobazia molto interessante: prendere una convinzione molto radicata ma anche un po’ indefinita e darle un packaging più efficace, un design più chiaro, un nome più memorizzabile” https://thecatcher.it/post-verita-baricco-4445471b2c65. Scindere i fatti dal loro storytelling è impossibile, ma viene da chiedersi: come si è evoluta la narrazione?

29572“C’era una volta un importante settimanale, il primo settimanale, il primo news magazine italiano, Panorama, che sotto la direzione di Lamberto Sechi aveva fatto mettere come motto sotto la testata: I fatti separati dalle opinioni. Una massima giornalistica che fece scuola. Era una giudiziosa ipocrisia, perché è molto difficile separare il racconto dei fatti dalle opinioni che si hanno sui fatti, perché io guardo un fatto, lo giudico, lo interpreto e quindi lo racconto. Il racconto è sempre un dato soggettivo. Però, se non è vero che esiste il giornalismo obiettivo, è vero che esiste il giornalismo onesto, quello che prende i dati della realtà, onestamente li giudica ed interpreta, quindi trasforma un evento in una notizia e come tale dichiara che ha fatto questa operazione, ma come tale è un’operazione culturale, che deve essere altresì professionale. Ben diverso è chi intenzionalmente trasforma i dati della realtà non secondo un’onesta interpretazione, ma in una menzogna. Questa è una cosa grave. Si potrebbe trasformare la dinamica di un incidente stradale, figuriamoci la politica interna, estera, l’economia, il problema è l’atteggiamento di piegarli alla propria volontà giornalistica”.

In una sentenza molto citata: Boos Vs Barry (https://supreme.justia.com/cases/federal/us/485/312/case.html) i giudici americani ribadivano che “nel dibattito pubblico i cittadini dovrebbero tollerare le parole offensive, e perfino quelle oltraggiose, per fornire spazio sufficiente alle libertà protette dal Primo emendamento”. Il Primo Emendamento della Costituzione americana è spesso invocato a tutela della libertà di espressione in rete. Libertà di espressione o regolamentazione? Come si potrebbero bilanciare i due interessi? 

“La libertà di espressione c’è ed è la più ampia possibile, perché ognuno può dire la propria opinione. La libertà di tutti è garantita, ma l’eccesso va regolamentato. Ciascuno dice ciò che pensa e questa gigantesca libertà di espressione ha destrutturato il vecchio rapporto verticale tra chi informa e chi è informato, tra il giornalista, il comunicatore, l’uomo della televisione ed i telespettatori. Oggi l’orizzontalità della rete ha stravolto tutto nel bene e nel male. Ciascuno può fare le proprie considerazioni sui vaccini e la sua opinione appare in prima battuta pari a chi ha dedicato una vita di studi sul tema. raiLe due opinioni sono orizzontali, in questa confusione io penso che ci sia un’àncora di salvezza e che vada rintracciata nell’informazione professionale, che anche se oggi viene data per moribonda, proprio in questa dispersione rimarrà un punto fermo. Tutto sta in un’informazione professionalmente garantita, in un patto di fiducia stipulato nella relazione giornalistica tra chi legge e chi scrive”.

New Journalism, dalla crisi della stampa al giornalismo di tutti” di Marco Pratellesi, è un manuale in cui si analizza il ruolo del giornalista di oggi, mettendo a fuoco pratiche e regole della professione al tempo del web e dei social media. Com’è cambiato il modo di fare giornalismo dagli anni ’90 ad oggi? L’informazione non è più successiva all’evento, ma contestuale ad esso, quantità vs qualità delle notizie? 

E’ un arco temporale molto lungo che registra però un diverso modo di fare informazione. La contemporaneità della notizia si ha dalla CNN in poi, dalla guerra dell’Iraq in poi, il fatto avviene e noi lo raccontiamo quasi contestualmente, alzando così i livelli di incertezza sulle notizie, ma la contemporaneità è un fatto acquisito, se non fosse stato accentuato, esasperandone la portata, dalla rete e dagli smartphone. Tutti possono riprendere il bidone parzialmente esploso nel vagone della metro di Londra, non c’è più bisogno della troupe televisiva inviata sul posto, perché già centomila telefonini hanno dato quelle immagini. Che cos’è che cambia o meglio che fa la differenza? La differenza è proprio il giudizio, la contestualizzazione, la verifica dei dati, dei fatti e degli elementi, l’interpretazione. Il giornalismo è cambiato perché è diventato sempre più contemporaneo, prima con le televisioni sempre accese, dalla CNN a seguire, poi con l’esplosione della rete. Tutti possono dare le notizie, ma la differenza la farà chi potrà darle con professionalità, questo è l’ultimo residuo di affidabilità che noi giornalisti possiamo giocarci. Dobbiamo evitare di diventare troppo dipendenti dal web, che oggi sembra dominare, domina perfino sulla televisione, che era il mezzo principe dell’informazione contemporanea, dobbiamo emanciparci, ricavarci una nostra riserva critica rispetto a quello che va in rete, proprio perché così possiamo dare un servizio sempre più indispensabile, fornire qualche punto fermo in merito alle informazioni date”.

Politica e mondo dell’informazione tra contaminazioni ed autonomia. La storia anglosassone ci insegna che il compito del giornalismo è quello di essere watchdog for citizen rights.Qual è la sua esperienza, come si è evoluto questo binomio?

working-laptop-350x350“Io faccio questo mestiere dal 1982, ho visto la prima Repubblica, la seconda e la terza Repubblica e ciascuno di questi passaggi storici è stato uno spartiacque. Io sono un giornalista politico-parlamentare, mi sono dovuto confrontare con una realtà che mi cambiava davanti agli occhi continuamente. Nella terza Repubblica però è cambiato completamente il panorama rispetto a quando ho cominciato a lavorare. Tendo a non fare un parallelo stretto tra la realtà politica e quella dell’informazione a livello di influenze e mutamenti dell’informazione, altrimenti dovrei parlare dell’informazione del primo centro sinistra, dell’epoca della solidarietà nazionale, dell’Ulivo, del berlusconismo, ma non sono fenomeni appaiabili in maniera automatica. Nell’era di Berlusconi abbiamo avuto alcune connotazioni che hanno condizionato il giornalismo, così come il Paese, il dibattito pubblico e dunque l’informazione. Il servizio pubblico radiotelevisivo si è dovuto confrontare con una realtà aziendale e politica nello stesso tempo, ma va detto che il suo primato di credibilità è rimasto intatto in tutte le stagioni”.   

Lo hate speech è diventato virale, così Facebook, la compagnia californiana, sta investendo su una squadra che si occupa di policies e fact-checking e sta puntando su un terzo fronte: il “counter speech”, il replicare in rete a chi pubblica contenuti offensivi e pericolosi. “Facebook non tollera i discorsi di odio” aveva detto quest’estate all’Ansa Aibhinn Kelleher, policy risk manager di FB. E ancora, la campagna elettorale francese ha visto otto testate nazionali (Le Monde, L’Express, Liberation, France Press, Bfm, France Medias e 20 Minutes) annunciare un accordo con FB per ridurre la diffusione delle bufale, mediante il fact checking dei contenuti “sospetti” segnalati. Intelligenza artificiale ed algoritmi, agenzie che controllino gli haters e le fake news, lettori e corretta informazione, rischia di essere una battaglia di Sisifo?

studio tg1“E’ un’operazione disperata, perché vi è una tale mole di immondizia, che pensare di poterla controllare mediante algoritmi è veramente molto difficile, ciò non toglie che sia necessario vigilare. Tanti anni fa, il partito radicale decise di aprire i propri microfoni al pubblico. Aprì una segreteria telefonica e chiunque poteva telefonare a radio radicale e dire la propria opinione su qualsiasi cosa, una sorta di corner della pubblica opinione, arrivò una tale montagna di invettive, quelle che oggi chiameremmo hate speech, bestemmie, calunnie, tale che il partito radicale fu costretto a chiudere questo spazio in radio, perché era diventato ingestibile. Io penso che sia in parte ingestibile il controllo di milioni e milioni di post e tweet. Lo hate speech è un fatto sociale. Si consideri che oggi viviamo tutti in una precarietà che negli anni ’50 non avvertivamo, quando si va a toccare la pancia della gente in periodi come quelli attuali, fatti di incertezza e paura, di speranze rubate, in qualche modo la gente si sfoga e versa il suo schizzo di odio”. 

La Rai sta investendo per contrastare il digital divide. Si pensi all’alfabetizzazione mediatica di “Complimenti per la connessione”, in cui i personaggi della nota fiction Don Matteo spiegano internet, in episodi di circa 5 minuti. Qual è il ruolo del servizio pubblico e della Rai, il più grande editore del nostro Paese, in questa sfida tutta contemporanea?

“Il servizio pubblico ha un ruolo fondamentale per superare questo gap del nostro Paese. Si sta investendo molto perché il servizio pubblico offra strumenti digitali sempre più aggiornati. Rai.tv e Raiplay sono dei portali che hanno avuto un grande successo di pubblico. Raiplay in particolare è stata una rivelazione. Il servizio pubblico sta pianificando nuove e mirate strategie; in tutte le edizioni dei telegiornali si propone di diffondere una sana cultura digitale”

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