Politica e saggezza: due approcci irriducibili?

Di fronte all’immane congerie dei problemi del mondo (guerre, epidemie, intollerabili diseguaglianze sociali, irrazionalità delle masse, scontro di civiltà fra culture, malcontento sociale, buco nell’ozono, drammatica “esauribilità” delle risorse naturali, ecc.), per quanto sgomenti, dovremmo tutti rimboccarci le maniche. Senza indulgere al pessimismo cosmico e rimanere avvolti nella ragnatela dell’impotenza, dovremmo studiare parecchio, per cercare di rispondere alla nota domanda di Lenin: «Che fare?».

“Che fare?”, con sottotitolo: “Problemi scottanti del nostro movimento”, è una delle più importanti opere politiche di Lenin. Nella foto di primo piano: “L’incredulità di San Tommaso” di Caravaggio.

“Che fare?”, con sottotitolo: “Problemi scottanti del nostro movimento”, è una delle più importanti opere politiche di Lenin. Nella foto di primo piano: “L’incredulità di San Tommaso” di Caravaggio.

Spero non sembri demagogica la semplice constatazione che invece, un po’ in tutto il mondo, di solito i politici “studiano” poco e “promettono” molto, cercando piuttosto di trovare rapidamente “pezze di rattoppo” ai problemi ritenuti più impellenti da un’opinione pubblica spesso manipolata e manipolabile. In particolare, nei regimi democratici, queste “promesse” sono indispensabili per ottenere il consenso elettorale, indicandosi spesso soluzioni terribilmente semplicistiche a problemi terribilmente complessi, col rischio di ulteriori complicazioni immediate e cocenti delusioni future. Tutto questo gioco pericoloso (o circolo vizioso) di promesse e consenso – ormai lo sappiamo bene – si chiama populismo, la malattia forse più grave delle democrazie contemporanee.
Pure – ed è questo che colpisce l’osservatore non politico – alcune cose “buone” effettivamente si possono fare. Ma non si fanno. Ed altre, “cattive”, si può evitare di farle. E invece si fanno. Insomma, talvolta sembra proprio che il mondo vada alla rovescia.
Perché? Probabilmente perché – come diceva S. Tommaso –male e ignoranza sono due facce della stessa medaglia. L’ignoranza di cui qui si parla non è assenza di conoscenze “tecniche” (gli ingegneri nucleari di cui si serve il «caro leader» della Corea del Nord, Kim Jong-un, sono bravi nel loro lavoro), ma assenza di una conoscenza particolare, quella eticamente orientata al bene: la sapienza. Non è un caso che il beato Ugo da San Vittore, nel 1128, con straordinaria acutezza, ricordasse che «di tutte le cose da ricercare, la prima è la sapienza, in cui risiede la forma del bene perfetto» (Omnium expetendorum prima est sapientia, in qua perfecti boni forma consistit). È evidente, per restare all’esempio prima fatto, che Kim e i suoi tecnici siano drammaticamente ignoranti, nel senso più preciso di totalmente privi di sapienza.
Ma considerazioni analoghe possono essere fatte per innumerevoli altri casi. Ne ricordo alcuni, a partire dalla dimensione globale fino a quella locale.
È saggio che D. Trump, il capo del più importante Stato del pianeta, la superpotenza Stati Uniti, decida di ritirarsi dagli accordi sul clima di Parigi, per altro già firmati dal suo predecessore, con danni catastrofici per tutti (vista l’enorme produzione americana) e isolando il suo Paese dal resto del mondo? Ed è saggio che la stessa persona – già invischiato in surreali duelli verbali con il leader nord-coreano – metta in crisi i rapporti diplomatici con Cuba e con l’Iran, potenziale potenza nucleare, dopo che finalmente tali rapporti erano ripresi in un clima cordiale sotto la precedente amministrazione?
È saggio il “pugno di ferro” fra gli indipendentisti catalani e il governo di Madrid, posto che il diritto all’auto-determinazione di un popolo esige “votazioni regolari”, che – per essere valide – devono prevedere che abbia partecipato la maggioranza degli aventi diritto (i quali pare non siano pro indipendenza), non dei semplici votanti, e che poi si sia raggiunta una sicura maggioranza, magari anche qualificata [tutte condizioni che il referendum della Catalogna invece non prevede, incorrendo quindi in gravi vizi costituzionali]? Ed è saggio che il governo di Madrid comunque escluda una consultazione popolare?

“Cicerone - scrive Antonino Spadaro - osservava che il caso, molto più della sapienza, incide sulla vita («Vitam regit fortuna, non sapientia»).

“Cicerone – scrive Antonino Spadaro – osservava che il caso, molto più della sapienza, incide sulla vita («Vitam regit fortuna, non sapientia»).

È saggio che in Italia, invece di finanziare “grandi opere” faraoniche, come il MOSE di Venezia (ma funziona davvero?) o il piano del ponte sullo stretto di Messina (probabilmente mai destinato a realizzarsi), non si immagini un “grande progetto di piccole opere”, nel settore della manutenzione della viabilità e dei trasporti? Ed è saggio spendere miliardi di euro in continue ricostruzione post-terremoto, che purtroppo si succedono periodicamente, invece di immaginare un piano generale di investimenti per il patrimonio edilizio, volto alla ristrutturazione degli edifici ai fini del preventivo adeguamento al rischio sismico?
È saggio che la Regione Calabria non adegui il suo Statuto, prevedendo semplificazioni legislative e amministrative e una Consulta statutaria che eserciti un controllo degli atti interno, riducendo così il lavoro di scure della Corte costituzionale (ne parliamo ormai da anni)? Ed è saggio che la stessa Regione non riscriva la sua legge elettorale: che si aspetta? È saggio altresì che la Calabria, pur essendo obbligata a farlo, non si doti di una legge generale sugli enti locali e di una legge sulla città metropolitana di Reggio, come ricordavo in questa sede nel mio pezzo del 7 giugno c.a.?
È saggio che – di fronte all’impressionante abusivismo edilizio dei Comuni calabresi, che ha deturpato il nostro territorio – i Sindaci raramente facciano qualcosa, pur disponendo della “polizia locale” che proprio tali accertamenti dovrebbe fare? Ed è saggio che – di fronte all’altissimo tasso di elusione ed evasione fiscale dei contribuenti calabresi (soprattutto per i servizi di acqua, luce, spazzatura, ecc.) – le amministrazioni dei Comuni non svolgano i relativi accertamenti, fornendo i dati all’Agenzia delle entrate, che potrebbe recuperare tali somme e far incassare agli enti locali, che paradossalmente lamentano la scarsità o addirittura l’assenza di fondi, il 100% delle entrate (ora, visti i ritardi – mi dicono – ridotti al 50 %)?
Inutile continuare a snocciolare altri interrogativi, ovviamente tutti retorici: sembra chiaro che il modo di gestire la cosa pubblica descritto, a tutti i livelli: da quello internazionale a quello del piccolo Comune, esprima bene la tendenza a distinguere fra politica e sapienza (o saggezza), separando nettamente le due sfere. Una separazione drammatica che, nel tempo, ha allontanato i cittadini – non solo i più colti e consapevoli – dal mondo politico (il crescente astensionismo elettorale ne è la prova tangibile), col rischio ulteriore di indirizzare molti voti residui, che saranno di protesta, verso posizioni estremistico-populistiche.
Così non va, decisamente.
Le scelte sagge invece, anche se comportano sacrifici e sono immediatamente impopolari, sono non violente e danno sempre frutto: si pensi all’accordo De Gasperi-Gruber che, nell’immediato dopoguerra, mise definitivamente fine al terrorismo (e all’indipendentismo) in Alto Adige. Si pensi, in Uruguay, allo stile di vita dell’ex Presidente José Alberto Mujica Cordano, detto Pepe, che già aveva resistito alla dittatura e che (non per ragioni populistiche, ma per precise scelte etiche personali) viveva in una casetta, disponeva solo di una utilitaria e aveva rinunciato al 90 % del suo stipendio per solidarietà, viste le condizioni economiche difficili del suo Paese, oggi per fortuna in ripresa. In questi casi, saggezza e politica sembrano andare “a braccetto”.
Infine, sarebbe pure ingiusto dimenticare che le maggiori autorità etico-religiose del mondo (il Papa, il Dalai Lama, ecc.) fanno continui appelli alla “saggezza” dei governanti, non senza indicare anche misure concrete per porre alcuni rimedi (certo non mancano indicazioni, per esempio, nell’enciclica di Papa Francesco “Laudato sì”). Non è male pure ricordare che tali autorità ormai non siano circondati da bambagia e non vivano più in torri d’avorio: invece girano molto il mondo, hanno buoni informatori sul territorio, e – oltre a pregare molto (che non guasta) – “studiano” molto. Tuttavia, con le dovute eccezioni, tali autorità sono soltanto riverite, ossequiate ed omaggiate. Raramente sono ascoltate. E quando pure sono ascoltate (come nel caso del riallaccio delle relazioni diplomatiche fra Cuba e gli USA, fortemente voluto dalla Santa sede), vengono rapidamente smentite.
In conclusione, forse aveva ragione Cicerone quando osservava che il caso, molto più della sapienza, incide sulla vita («Vitam regit fortuna, non sapientia»). Può essere. Certo, sembrerebbe che le esigenze della “politica” raramente collimino con le aspirazioni della “sapienza”. È proprio per questo che dobbiamo riappropriarci un pò tutti della politica. Costa un po’ di fatica, ma ne vale la pena: si chiama partecipazione.

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