Codice Rosa Bianca: un percorso di dignità. / Risposte concrete alla violenza contro le donne / Parla Renata Tropea, medico del Pronto Soccorso di Lamezia Terme

Non lasciare sole le vittime di violenza e rendere loro giustizia. Quella giustizia troppo spesso negata dalla paura di raccontare gli abusi. Il problema dell’assistenza e delle denunce parte proprio dalla trincea del pronto soccorso, perché quando ci si rivolge alle forze dell’ordine, ai consultori o ai centri anti violenza si ha già coscienza di essere vittima di violenza. Così non è nella stragrande maggioranza dei casi, migliaia gli abusi taciuti, che restano senza denuncia ogni anno e che lasciano le vittime sole con il loro dolore.

enata Tropea, medico referente del “Percorso Rosa Bianca”

Renata Tropea, medico referente del “Percorso Rosa Bianca”

Oggi il tema della violenza, soprattutto quella subita dalle donne, è così spettacolarizzato che anche la nostra soglia di tolleranza ha alzato l’asticella, tanto da farci rimanere spesso impassibili difronte a storie di quotidiana brutalità. “Dobbiamo abbattere la curiosità morbosa e rifiutare la cronaca di basso livello, quella ricca di particolari che nulla hanno a che fare con il messaggio che invece deve arrivare, sfruttando la potenza mediatica, quello di un’analisi delle criticità che hanno portato al verificarsi di un evento tanto drammatico”. A fare questa analisi puntuale è Renata Tropea, medico referente del “Percorso Rosa Bianca” presso il pronto soccorso dell’ospedale di Lamezia Terme e presidente della sezione lametina dell’Associazione Italiane Donne Medico.
Il pronto soccorso di Lamezia Terme è stato il primo in Calabria e fra i primi in Italia a dotarsi del codice Rosa Bianca, che si affianca ai normali codici assegnati per gravità, ed identifica un accesso riservato a tutte le vittime di violenza. Si tratta di un progetto-pilota, nato da una proposta dell’Associazione donne medico al Prefetto di Catanzaro Luisa Latella che, sensibile alla problematica, ha istituito un tavolo tecnico a cui hanno preso parte uffici giudiziari, forze dell’ordine, istituzioni sanitarie, centri anti violenza, associazioni del terzo settore, enti locali, organismi di parità ed ordini professionali. L’intervento congiunto di questa task force, permette di prestare immediate cure mediche e sostegno psicologico a chi subisce violenza, nella più ampia tutela della privacy e del silenzio delle vittime e nel rispetto della loro scelta sul tipo di Percorso da seguire dopo le prime cure.
Ad accogliere la vittima è il personale medico ed infermieristico dovutamente formato, non perché lo scopo è quello di medicalizzare l’approccio con una vittima di violenza, ma perché è necessario prenderla in carico cogliendone le fragilità psicofisiche. L’Associazione Italiana Donne Medico, sezione di Lamezia Terme, ha curato ed espletato, in stretta sinergia con l’Asp di Catanzaro, tutti i corsi di formazione aziendale del personale coinvolto nel Percorso Rosa Bianca. Così facendo è stata rafforzata ulteriormente quella che oggi si pone come una vera e propria sfida, l’ottica di genere nei percorsi preventivi, diagnostici, terapeutici e assistenziali, per una medicina che riconosca le differenze tra pazienti di sesso maschile e femminile. Per dirla in termini più spiccioli, se una donna ha subito il trauma di una violenza deve essere accolta e curata da una donna, in quel delicato momento non riuscirebbe mai ad accettare l’intervento di un uomo, non riuscirebbe mai a fidarsi di un uomo, ed è proprio questo ciò che avviene grazie al Percorso Rosa Bianca.
violenza-donne-800x550Dopo aver prestato le prime cure inizia un’attenta analisi dell’indice di rischio e delle condizioni personali e familiari della vittima, Davanti, per esempio, ad un caso di violenza considerata ad alto rischio, alla vittima viene proposta la possibilità di trascorrere la notte in una casa rifugio, un luogo di protezione con indirizzo segreto. Se la vittima ha figli minorenni può portarli con sé, firmando una semplice dichiarazione di allontanamento a causa di una grave situazione, in modo da essere tutelata da un’eventuale accusa di sottrazione di minore e senza necessariamente passare da una denuncia.
Sta per essere introdotta anche la possibilità richiedere la dimissione telematica protetta, una procedura che consente di non consegnare il referto alla vittima di violenza all’atto delle dimissioni, ma in un secondo momento, questo perché spesso accade che ad accompagnare le vittime di violenza siano proprio i carnefici che hanno perpetrato l’aggressione. Perché con il Percorso Rosa Bianca, la vittima di violenza non viene obbligata alla denuncia, c’è un grande rispetto della sua volontà ed è in relazione alla gravità del caso che la task force decide come muoversi.

“Mai sottovalutare i segnali – avverte la dottoressa Tropea –  i segni della violenza infatti possono anche non essere evidenti, ed è in questi casi che entra in gioco la professionalità e l’adeguata formazione del personale medico. Aiutare una vittima di violenza significa anche saper riconoscere sintomatologie che possono nascondere una violenza e campanelli d’allarme come gli accessi ripetuti al pronto soccorso”.
Quanto ci sia bisogno di estendere un servizio come il “Percorso Rosa Bianca” lo dicono i numeri, le parole non bastano più. Oltre cento donne in Italia, ogni anno, vengono uccise da uomini, quasi sempre quelli che sostengono di amarle. È una vera e propria strage. Ai femminicidi si aggiungono violenze quotidiane che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare altre vittime. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso.
Lo sa bene Renata Tropea che si occupa di violenza di genere da tanti anni e che ancor prima che, il 6 febbraio del 2015, venisse attivato istituzionalmente il Percorso Rosa Bianca ha sempre collaborato da volontaria con il centro antiviolenza cittadino, altro fiore all’occhiello del territorio. Per quanto riguarda il Pronto Soccorso lametino – riferisce la Tropea – “solo nell’ultimi tre mesi, i casi sospetti trattati sono circa 50”. Altro dato in crescita è quello di violenze e femminicidi che colpiscono le giovanissime, come dimostrano gli ultimi eclatanti casi di cronaca. “Quello della violenza resta ancora un problema più culturale che di sicurezza – sostiene. I messaggi che ci caricano di ansia e che arrivano da certi mass media non fanno altro che criminalizzare i giovani. Credo che questa sia una generazione che va capita meglio perché diversa da noi, che somigliamo molto ai nostri genitori e pochissimo ai nostri figli e non riusciamo a comunicare con loro. Dobbiamo dare certezze dovute ai giovani, non degli schemi, ed è per questo motivo che ognuno di noi ricopre un ruolo, ci deve credere e deve rappresentarlo dignitosamente”.
Raccontare cosa rappresenta il Percorso Rosa Bianca di Lamezia Terme, significa raccontare la storia di un esempio concreto di rete, l’ennesima dimostrazione dell’importanza della collaborazione tra i diversi attori sociali ed istituzionali. È di questi esempi che la Calabria ha bisogno e sono questi i progetti che meritano una seria politica di investimenti. Diamo alle vittime di violenza il coraggio di ricominciare, questo il loro grido d’aiuto. Anche di chi a forza di prendere pugni ormai non li sente più. 

 

 

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