La nuova vocazione del “paese”. Ripartire dalle schegge sopravvissute per costruire nuove identità. Vito Teti racconta la Calabria fra esodi e inedite forme di rinascita

«Dopo aver letto queste pagine, quei paesaggi abbandonati e il senso stesso del paesaggio abbandonato non si dimenticano più»: è quanto scrive Claudio Magris nella prefazione a “Quel che resta – L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni”, l’ultimo libro dell’antropologo Vito Teti pubblicato da Donzelli editore.quel che resta copertina libro I paesaggi abbandonati sono per lo più quelli familiari all’autore: l’entroterra calabrese falciato da spopolamenti su spopolamenti che rischiano di portarsi dietro le antiche tradizioni locali. Il fenomeno attanaglia più drasticamente le aree montane e le zone collinari, punto di partenza dell’ormai secolare esodo verso tappe fin troppo note: le coste nostrane, il Nord industrializzato, le agognatissime Americhe. Quello che riguarda la Calabria è uno svuotamento dal carattere estremamente complesso rispetto alle altre regioni italiane e del Mediterraneo, dove pure non mancano storie di cedimenti: «Vista nella lunga durata – scrive l’antropologo di San Nicola da Crissa – l’estrema regione della penisola appare segnata, fin dalla preistoria e poi dall’antichità, da storie di abbandoni e di ricostruzione, di costante fondazione, da trasferimenti di centri e di luoghi antropologici, da desacralizzazione-dimenticanza di siti e da sacralizzazione-creazione di nuovi centri. I resti raccontano, attestano, alludono quasi sempre a una costruzione, a una rinascita altrove». Un altrove che genera doppi, doppi che però dividono a metà: l’identità dei paesi si sfalda, l’essenza dei migranti vaga come un’ombra al di qua e al di là della terra natia. Tutto muta, nessuno è immune: anche chi resta è segnato per sempre. «Lo sappiamo: tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento i paesi calabresi si spostano, si dimezzano, si sdoppiano. Muoiono i vecchi paesi e rinascono in altre terre. Nelle Americhe nascono i paesi doppi, i sosia dei paesi d’origine. L’emigrante lascia in paese una parte del suo “io”, la sua ombra. Il paese lasciato diventa per l’emigrante un’ombra perduta. Ma anche il nuovo paese diventa continuazione e dilatazione dell’ombra del vecchio. I confini delle antiche comunità si sfrangiano, si allargano, si disperdono in territori lontani. Anche l’emigrato diventa un doppio, un sosia, un’ombra perduta delle persone rimaste. L’emigrante perde l’antica identità, lascia la propria ombra in paese, diventa lentamente un’altra persona.

L’antropologo Vito Teti

L’antropologo Vito Teti

Ma anche chi rimane diventa un’ombra per chi parte. E anche chi resta ha un’ombra da recuperare. I due paesi, irricongiungibili e inseparabili, continuano, amplificano, rinnovano tradizionali forme di doppiezza e di contraddizione, e, nello stesso tempo, determinano, interagendo e comunicando, una nuova cultura, una nuova mentalità, una nuova identità». Oggi, rispetto alle fughe di ieri, qualcosa è cambiato. I numeri sono sempre drammatici: in un decennio, la Calabria ha perso circa 180.000 abitanti su una popolazione residente di appena 1.976.631 persone, denuncia drammaticamente Teti. Ma quella attuale è una situazione di post-emigrazione. Ovvero: il legame tra le comunità gemelle si è spezzato. Le tradizioni, le memorie, i lasciti culturali si sono lentamente sfilacciati, corrosi dal lavorio instancabile del tempo che ha fagocitato, inevitabilmente, il mondo dei padri. Nei paesi di partenza e in quelli di approdo «si assiste alla dissoluzione di un mondo». Che fare, dunque? A retorica domanda, ardua risposta. Ripartire da “quel che resta”, suggerisce l’autore, coinvolto in maniera viscerale in un appassionato ritratto di luoghi spettralmente smembrati. Ripartire dalle schegge sopravvissute, dalla nostalgia che si impone con la frantumazione dell’antico universo, per costruire nuove identità, nuovi abitati, nuovi mondi. Dei segni del passato, dell’anima remota dei luoghi, l’autore non nasconde le sane potenzialità. Anzi: il saggio è un elogio pasoliniano alle iniziative che con piglio solerte, in solitaria e «in controtendenza rispetto a scelte dominanti e omologanti», tutelano il territorio, ne esaltano la singolarità e rivitalizzano i centri storici, siano essi vuoti o abitati, in montagna o sulle coste. Quelle di Vito Teti sono pagine intrise di concreta fiducia nelle risorse ambientali, paesaggistiche e culturali come efficacissimo strumento per progettare un futuro nei piccoli centri e scommettere su nuovi e antichi saperi, «su un nuovo senso del vivere e far vivere i luoghi». Il paese scopre, così, «una nuova vocazione, si presenta con un corpo aperto, dinamico, capace di accogliere, di muoversi». Al punto che restare o tornare appaiono tutt’altro che forme oscurantiste di chiusura e arretratezza: sono uno straordinario tentativo di creare modelli alternativi di sviluppo, di «rendere abitabile il proprio interno per dialogare con il mondo e aprirsi a esso».

Vito Teti, Quel che resta – L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni, Donzelli editore, pp. 308, € 30,00

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