Come vivere la buona vita nelle nostre municipalità. I costi della frammentazione e il nuovo assetto dei comuni

“Gli uomini si radunano nella città allo scopo di vivere, essi rimangono radunati allo scopo di vivere la buona vita.”
E’ possibile vivere la buona vita negli spazi urbani piccoli e grandi della Calabria? La possibilità di dare risposta all’affermazione di Aristotele dovrebbe orientare le scelte che la politica compie o si accinge a compiere in ordine ad un sempre auspicato riordino dell’assetto delle nostre municipalità che da un lato soffrono di uno spopolamento impetuoso, dall’altro di una concentrazione priva di senso che ha portato molte città ad assumere l’aspetto di “non luogo”.

Un’immagine del borgo di Cerca, comune della Presila catanzarese.

Un’immagine del borgo di Cerca, comune della Presila catanzarese.

Che la Calabria necessiti di una revisione dell’assetto istituzionale degli enti locali è cosa nota da tempo quanto ignorata nella prassi. Frammentazione istituzionale, scarsità di servizi offerti, difficoltà finanziarie, hanno condotto i meccanismi di governo locale a scarsa efficienza al punto da rendere spesso ininfluente il senso stesso dell’autonomia territoriale.
E’ oramai evidente che ci troviamo di fronte ad un sistema che non regge la sfida dei tempi e dei problemi, sempre più incapace di offrire la buona vita.
Comunque la si guardi, per classi demografiche o per media regionale, per aree interne o per aree costiere, per piccoli o grandi comuni, le evidenze empiriche indicano una difficoltà crescente che non può essere considerato un dato solo locale ma che è politico in senso proprio.
Mettere al centro del dibattito la territorialità, con una prospettiva di lungo periodo, significa rispondere alla questione se sia possibile fermare il declino della funzione dei comuni anche attraverso il necessario riequilibrio delle dimensione dei governi locali producendo effettive rotture sul versante di autonomie che non riescono più a farsi interpreti di interessi e bisogni non delegabili ad altre forme di governo.
Quello della dimensione ottima degli enti locali, dell’adeguatezza alle funzioni di loro competenza, per dimensione demografica e dotazione di risorse umane e finanziarie, è un dibattito accademico e politico antico su cui non sono stati raggiunti risultati univoci.
Anche nella nostra regione la discussione sulle fusioni dei comuni si è accesa a seguito delle prime non indolorose sperimentazioni.
In linea generale affrontare il tema solo sul versante economico prima di offrire un punto fermo sul tema delle funzioni, della mission che occorre dare alle istituzione locali, può risultare sbagliato.
Risulta carente la visione strategica, la filosofia politica che riesca ad offrire motivazioni più profonde per una positiva riflessione sulle trasformazioni che hanno interessato ed interessano i nostri comuni.
Il primo errore è quello di pensare che alla genericità dei problemi che vivono gli enti locali nel nostro Paese possa corrispondere l’uguaglianza delle possibili configurazioni degli aspetti organizzativi e funzionali.

Uno scorcio del borgo di Torre di Ruggiero nelle Preserre

Uno scorcio del borgo di Torre di Ruggiero nelle Preserre

Dalla sua nascita la Regione Calabria non ha mai affrontato in maniera compiuta il tema dell’asseto delle autonomie locali. Oggi che il tema è più che mai legato all’azione del governo regionale il primo passo che occorrerebbe fare è impedire il puzzle continuo e diversificato delle aggregazioni. Per il raggiungimento di qualunque obiettivo è necessario che il territorio regionale venga suddiviso in ambiti territoriali ottimali. Una via che si era scelto di percorrere undici anni fa ma che non è stata mai completata. Tale suddivisione va posta a base della programmazione di modo che qualunque progetto, programma, piano che preveda il coinvolgimento associato degli enti locali, coincida con le dimensioni territoriali ottimali ovvero con la sommatoria di più ambiti ottimali. In questo modo si stoppa quell’assemblaggio episodico di comuni che di volta in volta decidono di apparentarsi per partecipare a bandi, programmi, piani integrati o azioni locali, sempre in maniera diversa e saltuaria. Le aree vanno invece predefinite in base ad un attento studio e diventare l’unico riferimento privilegiato, sicuro ed unitario anche per la generalità delle funzioni amministrative da conferire oltre che per la gestione di programmi complessi.
Non c’è dubbio che l’ostacolo maggiore all’avvio di tali processi è il tema dell’identità che ha tuttavia subito anch’esso significative modifiche semantiche.
L’abbandono delle aree interne (questione particolarmente sensibile in Calabria), la pendolarità lavorativa, le nuove modalità di comunicazione e trasporto, la ripresa della migrazione regionale, hanno fatto di quello identitario un fenomeno in evoluzione.
La stessa idea che identifica la comunità locale con i luoghi della frequentazione quotidiana e dei servizi pubblici di base (scuola e sanità, in primis) è oggi in crisi considerato il pendolarismo quotidiano che caratterizza soprattutto coloro che vivono nei centri minori.
Anche l’altro tema che connette l’identità al funzionamento democratico appare in difficoltà soprattutto alla luce del fenomeno dell’astensione elettorale che caratterizza in modo sempre più vistoso anche le elezioni locali. E ciò è dovuto proprio alla mancata connessione tra piccole ripartizioni territoriali e buona vita. Non dovrebbe sorprendere, se i cittadini partecipano meno al processo elettivo se non ci sono beni comuni, servizi collettivi da tutelare. Se i servizi pubblici sono in uno stato di incuria cosa ci accomuna agli altri che vale la pena influenzare?

Per Italo Calvino “E’ inutile stabilire se [i comuni] siano da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.”

Per Italo Calvino “E’ inutile stabilire se [i comuni] siano da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.”

La partecipazione accresce il sentimento di responsabilità, se è avvertita la missione pubblica dell’ente, altrimenti il legame tra cittadino e istituzione si fa labile aprendo lo spazio al disimpegno e ai poteri incontrollati.
Ad esso si aggiunga che proprio la scarsa rappresentanza delle piccole comunità presso altri livelli di governo può sovente implicare una perdita di visibilità e di conseguenza di potere decisionale oggi che tutte le funzioni di rilievo è previsto vengano gestite ad un livello territoriale superiore a quello della rappresentanza democratica.
Poi ci sono le cose note, ossia che l’eccesso di frammentazione amministrativa calabrese rispetto ai fenomeni sociali ed economici da governare, impone alle comunità governate costi evitabili che si riflettono in una riduzione dei livelli di benessere presenti e futuri.
Nei comuni fino a mille abitanti le spese correnti sono quasi il doppio della media regionale mentre, al contrario, la pressione tributaria pro capite è il 20% superiore della media regionale.
La spesa pro capite per il solo funzionamento annuo di un piccolo comune grava sui suoi abitanti per circa il triplo delle media regionale mentre la spesa media per unità di personale pesa il 10% in più della media regionale.
In rapporto alla popolazione residente, la dotazione organica dei piccoli comuni supera nella prima fascia anche di oltre 100 punti percentuali quella media regionale, con riflessi negativi sui costi che si impongono ai cittadini, pur rimanendo le risorse umane e le competenze insufficienti per lo svolgimento adeguato delle proprie funzioni.
Di contro in un piccolo comune il potere decisionale residuo economico annuo è tre volte meno della media regionale e sei volte meno dei comuni tra 5.000 e 9.999 abitanti.
Ciò significa che quando la dimensione del governo locale è eccessivamente lontana da quella ottimale produce costi per tutti i soggetti sociali, per i cittadini che usufruiscono di un pacchetto molto povero di servizi pubblici locali e per gli amministratori che hanno spazi di decisione politica praticamente nulli. E ciò deve destare preoccupazione perché parliamo di istituzioni sotto dimensionate che assorbono risorse per esercitare una funzione debole, unendo inefficienza e inefficacia, abdicando al compito primario di offrire ai cittadini beni e servizi necessari da cui dipende il benessere delle famiglie insediate.

Qui e in primo piano la Cattolica di Stilo

Qui e in primo piano la Cattolica di Stilo

Per tali motivi l’approccio alla questione della fusione dei Comuni non si può limitare ad un solo campo di ricerca (economica, organizzativa, sociale, ecc.). Il processo ha bisogno di un approccio che punti dall’inizio sulla partecipazione consapevole dei cittadini per fare nascere un nuovo ente locale che loro stessi dovranno far crescere nel migliore dei modi.
Consapevolezza dei problemi attuali, analisi oggettiva dei dati disponibili, elaborazione collettiva di strumenti di gestione del nuovo Comune, sguardo al futuro, sono gli elementi che possono riempire i futuri processi di fusione avendo ben presente che l’unica motivazione economica di accedere a contributi economici statali e regionali è debole e non sufficiente, da sola, a sostenere l’avvio e gestire un processo di fusione di Comuni.
Di certo i processi non sono semplici né veloci ma l’alternativa non può essere un sicuro declino senza reazione. Tanto meno le ricette possono essere imposte dall’alto attraverso normative prescrittive.
Ancora una volta, più che gli studi sociologici, economici o urbanistici è la lezione anticipatrice di Calvino ne “Le città invisibili” che ci offre una chiave di lettura importante che andrebbe tenuta in considerazione nel momento in cui si prevedono processi di riassetto delle istituzioni locali: E’ inutile stabilire se [i comuni] siano da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.

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