La “Lidl” cancella le croci dai prodotti greci in vendita. Paradossi e pruderie del multiculturalismo visto dai supermercati

Talvolta, annoiato e piuttosto distrattamente, accompagno mia moglie nei supermercati.
Un paio di settimane fa, trovandomi alla Lidl e vedendo una piccola confezione di dolci “greci”, molto simili alle bacchette di mandorle zuccherate calabresi, sorridendo le ho subito messe nel carrello, sia perché mi faceva piacere che una catena internazionale valorizzasse i prodotti etnici tipici, sia per simpatia immediata verso gli amici greci, parenti stretti di noi calabresi bizantini.
vivere senza supermercato copertina libroLa cosa sarebbe finita lì, senonché alcuni giorni addietro – bazzicando la sera, come mi capita spesso, su alcuni siti specializzati di geo-politica – ho letto la notizia secondo cui proprio la Lidl, il gigante tedesco della grande distribuzione a bassi prezzi, aveva “eliminato” le croci dalle classiche immagini (case e Chiese bianche, sull’azzurro e cristallino mare egeo) impresse sui prodotti greci in vendita.
Dal mio punto di vista, la vera notizia non era il fatto – purtroppo abbastanza scontato – dell’aggressivo espansionismo economico tedesco nei Paesi in crisi, che ha quasi cancellato i supermercati greci e fatto sparire i graziosi negozietti di frutta e verdura locali. Anche in Italia da tempo siamo abituati, del resto, al fenomeno della quasi sparizione della piccola distribuzione.
La vera notizia, per me, era l’eliminazione delle croci fatta dalla Lidl – parrebbe – «per non escludere altre credenze». Trasecolato, sono subito andato in cucina a controllare la confezione dei dolci acquistata e fortunatamente ancora intatta. Era vero! Nella fotografia le croci erano state accuratamente fatte sparire dai tetti. L’effetto, per l’osservatore distratto, è quasi impercettibile, ma evidentemente è prevalsa la preoccupazione commerciale di non “escludere” i clienti/credenti di altre religioni, che si è ritenuto siano invece molto attenti a questi dettagli.
La questione – che può sembrare minuscola, quindi del tutto irrilevante – è invece di prima grandezza ed emblematicamente indicativa del clima culturale, piuttosto surreale, in cui viviamo.
La scelta della grande catena discount tedesca, più che ridicola, mi sembra paranoica e inefficace, anche perché ben poco applicabile a 360 gradi. Che facciamo? Lasciamo le stelle e cancelliamo la luna (simbolo islamico) dai Baci Perugina? Facciamo sparire il timone (che ricorda la ruota buddista) dai bastoncini di pesce Findus? Forse è già accaduto e nemmeno ce ne siamo accorti.
Scelte commerciali (culturali?) come quelle indicate spiegano bene, a mio avviso, il sostanziale fallimento del multiculturalismo britannico, che – nell’illusione di favorire un clima di tolleranza – accoglie immigrati un po’ di tutte le culture, fino ad ammettere un certo spazio, persino nell’ordinamento di Sua Maestà, a piccoli tribunali islamici locali. Ma è fin troppo evidente che nemmeno l’intransigente laicità francese, che impone a tutti l’integrazione repubblicana, funziona. Il sistema francese, a ben vedere, è ben poco liberale e scade, semmai, in un patetico “laicismo”: è assurdo, per esempio, “vietare” ai preti (fossero pure geni) di insegnare nelle università pubbliche e “vietare” alle donne islamiche (che liberamente lo scelgono) il velo o il burkini.

Karl Popper: “Una società tollerante non può tollerare gli intolleranti”

Karl Popper: “Una società tollerante non può tollerare gli intolleranti”

La via italiana, dialogante ma non arrendevole, mi sembra più efficace: per esempio in Italia, ci sono docenti universitari ordinati (preti, pastori, rabbini…) e una donna – se (solo se!) vuole – può girare col velo, ma, richiesta di identificazione, deve toglierlo e ad aiutarla sarà, plausibilmente e per delicatezza, un poliziotto donna.
Il modo con cui gli Stati oggi stanno reagendo all’inevitabile intreccio fra le culture è diverso e talora diametralmente opposto: si va dalla totale negazione della libertà religiosa con rifiuto di ogni forma di contaminazione (Arabia Saudita, Yemen, ecc.) a una ottusa pseudo-tolleranza onnicomprensiva, che a dicembre impone, in alcuni ambienti politically correct non solo inglesi, l’asettico augurio di «buone feste», piuttosto che di «buon Natale»: cosa, più che ridicola, semplicemente stupida. È così bello augurare «buon Ramadan» agli amici islamici – ci sono – e ricevere da loro – accade – gli auguri di «buon Natale»!
È evidente che, anche in Occidente, dobbiamo fare ancora molta strada per capire come “convivere” fra diversi, perché – ci piaccia o no – siamo destinati alla convivenza. Da anni insisto con alcuni esempi: il giorno “festivo” dovrebbe coincidere con i diversi credi (venerdì per gli islamici, sabato per gli ebrei, domenica per i cristiani); un indù dovrebbe avere il diritto, comprando un prodotto alimentare, di sapere se contiene proteine animali, per lui vietate; nessuno dovrebbe scandalizzarsi se, in un discount, uno scaffale fosse riservato alla cucina kosher (per gli ebrei osservanti), esattamente come può esisterne uno per la cucina slava o messicana.
In questo cammino di convivenza incerto e pieno di incognite, rimane un punto fermo: come dice Karl Popper, «una società tollerante non può tollerare gli intolleranti». Ciò significa che, prima di essere costretti a limitare le libertà in un Paese democratico-costituzionale – come sta accadendo palesemente (per esempio, la Francia continua a rinnovare lo stato d’emergenza) o subdolamente (il caso Lidl) – occorrerebbe limitare le libertà di chi combatte il pluralismo culturale garantito nelle società democratiche: gli intolleranti, appunto.
Concludo sul “caso Lidl”: pare evidente – almeno a chi scrive – che la tecnica in questione non solo non funziona e non può funzionare, come ogni auto-censura che cela indicibili pruderie, ma che è scorretta e probabilmente illegittima, cancellando una realtà che non offende nessuno (le croci) e introducendo una sotterranea «discriminazione alla rovescia» (c.d. reverse discrimination): per evitare la  discriminazione di pochi (pulviscolari minoranze), per altro tutta da provare, paradossalmente discrimina il simbolo della maggiore e più diffusa religione mondiale (quella cristiana: 2,5 miliardi di fedeli).
Notazione finale apparentemente “fuori tema”: invece di frequentare i discount, recuperiamo la lezione degli acquisti di «prodotti a kilometro zero» e, comunque, preferiamo questi prodotti fra gli altri quando (invero raramente) sono presenti anche nei supermercati.
Di più: ma è proprio necessario andare nei supermercati? In merito consiglio la lettura, davvero contro-corrente, di Elena Tioli, Vivere senza supermercato. Storia felice di una ex consumatrice inconsapevole, Terra Nuova Edizioni, 2017. Non è semplice, ma nemmeno impossibile: ho letto il libro e ho anche conosciuto l’autrice. Mi ha convinto. Ci proverò.

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