Grotta Rosa, Cascata di Timpa dell’Aquila: i Draghi di Magisano

Come ho potuto dimenticare? Dimenticare quel triangolo magico di Sila Piccola che vive, pressoché sconosciuta ai più, sopra l’abitato di Magisano? Quando Salvatore Tozzo mi telefona per invitarmi a camminare nel paesaggio della sua Magisano, lo sorprendo con la prontezza del mio “si”.

Cascata della Timpa dell'Aquila. Torrente Finoieni. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Cascata della Timpa dell’Aquila. Torrente Finoieni. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Fine agosto. Un agosto torrido e siccitoso. Sconvolto dagli incendi, che, a migliaia, hanno devastato la Calabria. Qui, in queste strette valli che solcano l’orlo sud-orientale della Sila Piccola, fra Magisano e Pentone, il paesaggio è miracolosamente verde ed intonso. L’invito ricevuto da Salvatore riapre un file latente nel mio encefalo. Tutto era fermo a quell’anno 1998, che indico sulla mia guida al Parco Nazionale della Sila come ultima verifica dell’itinerario nelle gole della Fiumara della Foresta (o Fiumara Grande), di Magisano, appunto. Anche se quest’inverno abbiamo fatto due splendidi cammini nelle gole alte del Torrente Finoieni (che sulle carte viene indicato erroneamente come Finoieri), altro corso d’acqua di Magisano. Ed è proprio in quelle due ultime occasioni che qualcosa aveva colpito la mia immaginazione topografica. Avevo detto ai compagni di cammino: “qui dobbiamo tornare presto! E a lungo!” Ecco perché l’invito di Salvatore era atteso.
Il suo, in fondo, è un richiamo. Il richiamo dello spirito del luogo. Perché Salvatore incarna esattamente lo spirito del luogo. Qui fa l’architetto e l’amministratore (è vicesindaco di Magisano). Ma in realtà, da anni si è assunto il compito di risvegliare la memoria dei luoghi nella sua comunità. Con noi c’è anche l’archeologo Francesco A. Cuteri (che ha fatto e sta facendo un grande lavoro sulla Calabria fra pubblicazioni, scavi, studi e quant’altro) con il figlio Nicolò, di otto anni. Una sorpresa graditissima.
Non è la solita erranza dei miei giorni di evasione (nel senso del prigioniero). Non faremo un unico, lungo percorso, magari ad anello, sfiancante e a rischio smarrimento. Questa volta è una sorta di sopralluogo, di esplorazione. Dedicato ad un sentiero attrezzato dal Comune di Magisano, dopo che Salvatore, su indicazione di un pastore che gli parlava sempre di “una grutta”, ha rintracciato questo singolare, suggestivo luogo e ha trovato il modo perché lo si raggiungesse con relativa comodità.

Grotta Rosa. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Grotta Rosa. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Quella di Magisano è una realtà paesaggistica e storica di grande importanza. Sul fianco orientale del territorio di Magisano si apre la Riserva Regionale delle Valli Cupe, fra Sersale e Zagarise, che ha come punto di riferimento l’ormai noto Canyon delle Valli Cupe. E’ un caso più unico che raro in Italia: la zona è stata prima ri-adottata dai locali, con in testa Carmine Lupia, e trattata, di fatto, come area protetta, e solo dopo diversi anni è stata riconosciuta come tale dalle istituzioni! Esattamente il contrario di quanto accade normalmente. A Zagarise, poi, per iniziativa di Maria Faragò, si tiene ogni anno un festival culturale denominato “Giardino delle Esperidi” sui temi della cultura e del paesaggio delle aree interne. Sempre a Zagarise, ma a 1500 di quota, vi è il primo parco avventura nato in Calabria, Orme nel Parco, ideato da Massimiliano Capalbo e Giovanni Leonardi e trasformato in un parco eco-sensoriale. E tuttavia, il territorio di Magisano non è da meno. Intanto è attraversato da ben tre corsi d’acqua di eccezionale bellezza: il Torrente Finoieni, la Fiumara della Foresta e La Fiumara Simeri. Sul solo corso della Finoieni vi sono ber 37 cascate censite da Carmine Lupia. Certo è che tutti e tre i corsi d’acqua nascondono meraviglie inusitate, in parte ancora da scoprire. Il problema è che si tratta di gole incassate di difficile percorrenza lungo l’alveo, a causa dei continui salti di quota. Ed anche la rete di antichi sentieri che consentiva di percorrere in su e in giù le loro pendici – aggirando i salti – per raggiungere, pascoli, coltivi, carbonaie etc., negli ultimi cinquant’anni, a causa dell’abbandono delle antiche pratiche agro-silvo-pastorali, è stata quasi completamente reinghiottita dal bosco.

Grotta Rosa, lato est. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Grotta Rosa, lato est. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Un bosco che da queste parti passa dalla macchia di lecci e roverelle, alle formazioni di farnie, roveri, aceri, ornielli, bagolari, pioppi, ontani, castagni, cerri sino ai pini larici ed ai faggi delle zone sommitali. Infine, Magisano, con i paesi limitrofi, fa parte del comprensorio storico culturale dell’antica Taverna, un borgo dimenticato di cui restano i ruderi su un piatto colle.
Caliamo dall’alto, lungo una comoda stradina forestale, in una fitta foresta di lecci e di pini larici (inusuale mistura di specie appartenenti a diverse zone altitudinali) sino al fondo della Fiumara Grande. Meraviglia! Un’acqua tersa come cristallo riempie le vasche di roccia. La vista penetra l’acqua sino al fondo. Dove risaltano perfettamente la sabbia, le pietre, le foglie … e le trote, che guizzano inquiete. Il Comune ha realizzato il sentiero lateralmente, in risalita del corso del fiume, lungo il bosco ripariale di ontani e pioppi. Sino a passare proprio nel cuore dell’alveo con una piccola via ferrata (ma questo tratto dovrà essere spostato anch’esso lateralmente per evitare di essere spazzato via dalle piene). Sono stati bravi, gli operai forestali. Dimostrazione che quando si affidano loro progetti semplici ed intelligenti, questa gente sa dare il meglio di sé. Contro ogni pregiudizio, contro ogni luogo comune.
Nonostante il periodo di magra, alcune pozze sono profonde. Perché la potenza erosiva del fiume ha scavato tanto nel cuore della roccia. Tutto è levigato, striato, lisciato come se un grande scultore fosse stato all’opera per millenni. Salvatore ricorda giustamente il titolo di un famoso libro di Marguerite Yourcenar “Il tempo, grande scultore”. Ma qui oltre al tempo ha lavorato l’acqua. Che è il drago del mito greco. Come intuì perfettamente Norman Douglas in un memorabile capitolo del suo “Vecchia Calabria” intitolato, appunto, “I draghi”.

- Tratto del percorso attrezzato all'ingresso della Grotta Rosa. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Tratto del percorso attrezzato all’ingresso della Grotta Rosa. Magisano. Ph F. Bevilacqua

E come ha ripreso Roberto Calasso nel suo “La follia che viene dalle Ninfe”. Per entrambi, il drago è l’acqua vitrea del fiume, che osserva con vista acutissima. Le acque sono “cose che vedono”. Anche nel senso della divinazione e della possessione, la “manía” che viene dagli dei. E i loro occhi hanno un corpo, che è appunto il fiume serpentiforme, draghiforme. Il fiume è l’archetipo del drago.
E’ intento il piccolo Nicolò. Che sfugge d’istinto lo sguardo del drago, ispezionando erbe e fiori, dei quali conosce perfettamente i nomi. Noi adulti, invece, rimaniamo incantati e incatenati. Posseduti dal drago. Per quanto i nostri draghi quotidiani e prosaici siano bel altri che quelli del mito. Ma oggi la forza tellurica della roccia e lo sguardo vitreo dell’acqua ci hanno colti di sorpresa. Non abbiamo avuto la prontezza istintiva e infantile di Nicolò.
Entriamo nella tana del drago. E’ la Grotta Rosa. Chiamata così per via del colore che assume in certe ore del giorno grazie ai riflessi della luce nell’acqua a sulla roccia. Il capolavoro dello scultore è quaggiù. Pur avendo a disposizione solo della dura roccia cristallina, egli ha eseguito un mirabile cesello. Creando una sorta di grande nicchia che si ripiega su un lago oscuro e misterioso, l’occhio del drago. Restiamo a osservare a lungo, incapaci di staccarci da quella visione. Poi risaliamo lungo la stradina forestale.
Scorgiamo, sulla pendice di fronte, la Timpa dei Grubi e il Vallone dei Briganti, dove leggenda vuole che siano nascosti tesori. Ma è ancora presto. E la nostra esplorazione si estende.

Pozza lungo la Fiumara della Foresta. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Pozza lungo la Fiumara della Foresta. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Salvatore ci fa spostare in auto lungo una vecchia carrareccia che scende, più in basso, nella stessa valle della Fiumara Grande. Attraversiamo su un ponte “intelligente”, ideato dallo stesso Salvatore, per sfuggire alle piene disastrose del fiume. Le cui acque, in caso di innalzamento oltre un certo livello, si incanalano, naturalmente, lungo il prolungamento della stradina (la cui quota è stata appositamente abbassata), evitando così di impattare rovinosamente sul ponte. Risaliamo poi lungo il successivo tratto di stradina che conduce al crinale tra la Fiumara Grande e il Torrente Finonieni. Giungiamo ad un piccolo rifugio forestale costruito laddove erano già i ruderi di antichi ripari di pastori in pietra. Siamo circondati da enormi castagni. La stradina che sale a sinistra va verso Buturo. Prendiamo invece il sentiero sulla destra che scende nel bosco. Qui inizia la seconda visita al drago. Questa volta è il drago del Finoieni. Attraversiamo un giovane, fitto e rigoglioso bosco sino ad un acquaro che convogliava le acque del fiume verso zone coltivate più in basso. Poi, guadato l’alveo, risaliamo il corso in una sorta di giungla mediterranea, accompagnata dal solito orlo di ontani. Sino alla cascata di Timpa dell’Aquila. Che però pare sia chiamata “delle grotte”, anche questa. Il problema è che ognuno di questi salti d’acqua aveva certamente un nome in passato, essendo tutti degli “iconemi”, ossia dei segni distintivi dei luoghi. Ma la memoria, se non coltivata, si spegne presto. E quando riconoscere i luoghi non serve più, si fa presto a dimenticare i toponimi, che indicano la loro funzione simbolica, geografica, sociale e perfino economica. Un grande masso erratico è rimasto incastrato alla testa della cascata dividendo il salto in due tratti. Anche qui una nicchia.

Grotta Rosa. Sotto la cascata. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Grotta Rosa. Sotto la cascata. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Questa volta più scura, maculata di licheni rossi. Solo l’acqua risplende per la luce del sole. Secondo incantamento. Cosa doveva provare la gente semplice – pastori, contadini, boscaioli – che giungeva sin qui intrisa di pensiero mitico? Possiamo solo immaginarlo rileggendo i testi greci. Oppure apprendendo da Calasso. La natura era il referente unico del mondo antico, dominata da “ananke”, la necessità. Come per noi inurbati lo è la società “nella sia demoniaca sufficienza”. Aristotele ci ricorda che gli uomini possono ottenere la felicità (“eudaimonía”) come una ebbrezza raggiunta per ispirazione di un essere divino. “Sono potenze che agiscono improvvisamente, catturano e trasformano la loro preda – scrive Calasso – […]. Per i greci, la possessione fu innanzitutto una forma primaria di conoscenza, nata molto tempo prima che i filosofi la nominassero”.
Dunque, oggi, grazie al medium Salvatore, siamo stati posseduti dal drago. Una abrupta felicità – come dice Calasso – ci ha colti ed abbiamo osato addentrarci nella conoscenza. Che è poi il semplice vedere le cose col cuore. Questi sono stati nello stesso tempo luoghi di sopravvivenza e luoghi di conoscenza per un’intera comunità.

Valle della Fiumara della Foresta. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Valle della Fiumara della Foresta. Magisano. Ph F. Bevilacqua

Qui uomini e donne hanno trovato il loro sostentamento materiale e spirituale. Qui si è formata la loro idea psichica (e mitica) di una “heimat” come direbbero i tedeschi, di una patria. Quel senso di appartenenza ai luoghi, quell’idea di comunione con i luoghi, che per molti, troppi anni, è mancata a Magisano come altrove. E che oggi pian piano, anche grazie al lavoro di Salvatore, si sta rigenerando. Un intero mondo si è ridestato oggi dentro il fondo delle nostre anime, grazie ai draghi della Grotta Rossa e della Cascata di Timpa dell’Aquila.

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