Strafalcioni e l’uso improprio della lingua italiana. “In qualche modo” è peccato veniale, sgradevole “ben altro”, da orticaria “quant’altro”…

Siamo in Italia e – guardando i telegiornali, ascoltando la radio, nelle conversazioni, consultando libri, leggendo giornali, ecc. – ovviamente sentiamo e parliamo in italiano, nonostante la diffusione di innumerevoli parole di altra origine: francese, spagnola, araba, ma soprattutto di continui anglicismi. Per esperienza, posso dire che molti studenti (universitari!) pronunciano persino parole latine o francesi “all’inglese”: per esempio, il latino summit diventa nella pronuncia «sammit» e il meccanismo istituzionale francese della cohabitation si trasforma spesso, nella pronuncia, in «coabitescion».

"Popolo di volti” (Ernesto Treccani)

“Popolo di volti” (Ernesto Treccani)

Ironie a parte, la lingua ufficiale del Bel Paese si trasforma di continuo, e non solo perché naturalmente esistono linguaggi tecnici e specialistici, più o meno ricchi, raffinati e ibridati da altri idiomi. È un fatto che, come un po’ in tutto il mondo, fortunatamente la lingua cambia, perché, del resto, cambia la società, tant’è che esistono neologismi più o meno felici. Ma bisogna avere il coraggio di dire che qualche volta è in atto non un’evoluzione, ma semmai un’involuzione della lingua (… e forse pure della società).
A proposito di involuzioni sorvolo, per carità di patria, sulla tentazione di soffermarmi sul linguaggio dei politici: un mio amico e collega, dotato di non poco humor e pazienza – Lucio Pegoraro – anni fa ha scritto alcuni libri straordinariamente comici, semplicemente “riportando” i discorsi dei politici italiani: senza scomodare le famose “convergenze parallele” di Aldo Moro (in fondo, una metafora surreale ma raffinata), c’è davvero di tutto e di più, fino al grottesco.
Quel che più semplicemente vorrei dire, qui, è che è cambiato – non mi sembra sempre in meglio – il linguaggio di tutti gli italiani e, quindi del quisque de populo. S’intende che nessuno si stupisce che, per esempio, non si dica più «di guisa che», «poffarbacco», «oggidì», ecc. Ma il fatto che, francamente, non sentiamo la mancanza di simili parole, non ci autorizza però ad abusare de, o stravolgere, la lingua di Dante.
Qualche esempio.
Anche a me capita di usare, quando parlo o scrivo, la perifrasi «in qualche modo». Per la verità cerco di usarla di rado perché – quando la adotto – significa che sono incerto su quello che sto dicendo o, se si preferisce, che la realtà è più complessa delle parole che ho scelto per descriverla. Si tratta di una formula prudenziale che mira a salvaguardare chi la usa dalla possibilità di una semplificazione (quindi dal rischio di fraintendimento) del proprio pensiero, evidentemente espresso in modo parziale e solo evocativo. Ma ammetto senz’altro che «in qualche modo» sia una sgradevole imprecisione linguistica che bisognerebbe cercare di sfuggire per principio, usando altre forme linguistiche di “attenuazione” di un concetto che si vuole esprimere. Per esempio: invece di dire «un esperimento in qualche modo riuscito», è sempre meglio dire «un esperimento parzialmente riuscito». Dire «in qualche modo» è notevolmente intrigante, suscita la curiosità dell’ascoltatore/lettore, ma si resta sempre in mezzo al guado: la formula «dice e non dice». Per quanto deliziosamente ambigua, la perifrasi in questione resta, appunto, ambigua. Un pensiero realmente profondo, invece, non può che essere semplice, limpido e puro: non tollera, perciò, di essere espresso in forme contorte o anche solo minimamente ambigue. Pur non avendo fatto alcun accertamento specifico, sarei pronto a scommettere che una pensatrice e una mistica come Simon Weil, che amo molto e che scriveva con una chiarezza lapidaria, non abbia mai usato una perifrasi simile a «in qualche modo».
Ma, in fondo, «in qualche modo» è un peccato veniale. Sono invece davvero sgradevoli le formule «ben altro» e «quant’altro».
La prima ha generato una vera e propria categoria di soggetti – i c.d. benaltristi – accomunati dalla semplice arroganza critica, senza alcuna capacità di effettiva proposizione alternativa. Usare genericamente «ben altro», senza indicare concretamente in cosa si sostanzi quell’“altro” che si invoca è semplicemente una forma di presunzione, una sgradevolissima spocchia, che – dietro la sua comoda vaghezza e indeterminatezza – cela solo la pochezza di chi la usa. Il benaltrista non ha mai vere soluzioni da proporre, ma comodamente e sistematicamente contesta, per principio, chi si sforza di proporre qualcosa.
Raggiunge però il culmine dello squallore linguistico, a mio avviso, la diffusissima formula «quant’altro», di solito declinata come «… e quant’altro». Su di me produce una profonda insofferenza, molto simile all’orticaria, causandomi un irrazionale astio silenzioso e rancoroso verso chi la usa, anzi abusa, perché si tratta forse di una delle più banali e deleterie forme di abuso linguistico. Si dice «e quant’altro» proprio per chiudere in modo spiccio una questione che certamente meriterebbe, invece, di essere approfondita. È un modo inqualificabile per “rinviare” l’esame di aspetti di dettaglio (proprio quelli che – almeno a un certo livello – fanno la differenza) di una questione che sembra risolta, grazie appunto all’uso della formula magica «e quant’altro». Questo purtroppo diffuso “rinvio” nella migliore delle ipotesi nasconde ignoranza, nella peggiore un colpevole dolo. In tutti i casi si tratta di una vera e propria meschinità linguistica (e quindi di un’inaccettabile semplificazione, anzi scorrettezza, concettuale).
Accenno ad un’ultima stranezza linguistica (ma si potrebbe continuare all’infinito).  Purtroppo ormai da molti anni è invalso – ed è ormai diffusissimo in ogni ambiente e contesto, apparentemente anche qualificato – l’intercalare: «quello che è, quello che era, quelli che sono, ecc…».
Capita di frequente sentire frasi del tipo: «caro professore, le espongo quelle che erano le teorie di Costantino Mortati…»; «non possiamo affrontare quelli che sono i problemi dei disoccupati senza sentire le parti interessate…»; «eminenti colleghi, vorrei esporre quello che è il mio punto di vista sulla situazione…». Mi fermo qui: gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Nessuna di queste frasi – come di innumerevoli altre che leggiamo ed ascoltiamo quotidianamente – suonerebbe meno bene senza l’assurda e del tutto inutile perifrasi «quello che è». Per comodità, di seguito, riporto i testi senza la perifrasi. È chiaro che sono di gran lunga migliori, più chiari e più brevi: «caro professore, le espongo le teorie di Costantino Mortati…»; «non possiamo affrontare i problemi dei disoccupati senza sentire le parti interessate…»; «eminenti colleghi, vorrei esporre il mio punto di vista sulla situazione…».
Com’è che semplici cittadini, giornalisti, sindacalisti, politici, persino accademici, usano – fateci caso: a ripetizione, quasi senza nemmeno accorgersene – quest’inutile e sgradevolissimo intercalare? I politici più accorti, come del resto gli intellettuali autentici, si guardano bene dall’usare una perifrasi così inutile, indice della pochezza e della superficialità del nostro tempo.
Quali sono le origini di tale intercalare? Non si sa di preciso, ma certo bisogna risalire alle radici del problema ed esse stanno, a mio avviso, in gran parte nella scuola: devo confessare che ho ascoltato con le mie orecchie professori di ruolo, che insegnano italiano nei licei classici, dire, senza alcun motivo, «quello che è, quello che era, quelli che sono, ecc…». Ora, se persino gli insegnanti “sbagliano”, ha senso stupirsi degli strafalcioni degli studenti? Così pure, è mai possibile che io debba – correggendo le tesi – dedicare metà del mio tempo a rimediare ad errori di sintassi, e qualche volta di grammatica, piuttosto che valutare il “merito” degli elaborati?
Si potrà dire che gli strafalcioni linguistici, tutto sommato, sono innocue carenze di fronte ai problemi reali del Paese. Non lo nego. Ma l’uso improprio della lingua è un fenomeno che non va sottovalutato.
In conclusione, la questione dello stile vago e infelice («quant’altro», «ben altro», «in qualche modo»…) e degli svarioni linguistici («quello che è, quello che era, quelli che sono…») è indice non solo di un analfabetismo “di ritorno” e di una carenza delle scuole, a cominciare da quelle dell’obbligo, ma anche di un progressivo e generalizzato degrado della lingua italiana, che pure – parrà strano, ma è così – è ancora fra le più amate e studiate del mondo.
Che il triste fenomeno accennato sia indice di decadenza, ossia del fatto che forse gli italiani, oggi, abbiano poche cose davvero interessati da dire? Non so e, in fondo, non credo. Ma è certo che spesso non “sanno” dirle o le dicono male. E anche questo è un problema.

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