L’arte racconta la migrazione e la crisi dei rifugiati. La Triennale di Milano ospita “La Terra Inquieta”: mani, bocche e occhi in viaggio verso l’ignoto

L’arte che racconta la storia. Sessanta artisti che s’imbattono in scenari globali apocalittici. E un titolo, La Terra Inquieta, che tratteggia i fragili equilibri di un’epoca. È la mostra allestita presso il Palazzo della Triennale di Milano, ideata e curata da Massimiliano Gioni, promossa dalla Fondazione Nicola Trussardi e dalla Fondazione Triennale di Milano.

una delle Mappe di Alighiero Boetti

una delle Mappe di Alighiero Boetti

Un focus su migrazione e crisi dei rifugiati che sorprende per il taglio culturale ed empatico, che con necessaria veemenza proietta il visitatore nel vivo di questioni scottanti quali il conflitto in Siria, lo stato d’emergenza di Lampedusa, la vita nei campi profughi, la figura del nomade e dell’apolide e la migrazione italiana all’inizio del Novecento. Attraverso fotografie, sculture, documenti storici, oggetti di cultura materiale e di vita quotidiana, artisti provenienti da oltre quaranta paesi del mondo – tra cui Albania, Algeria, Bangladesh, Egitto, Ghana, Iraq, Libano, Marocco, Siria e Turchia – narrano biografie individuali e collettive, dando origine a un inedito linguaggio documentario, più letterario e meno cronachistico, più lirico e meno “di massa”, che stravolge i classici codici del giornalismo e affida all’arte l’affannoso compito di testimoniare i cambiamenti politici e sociali. I più drammatici dei quali flagellano senza pietà i paesi del Mediterraneo: un mare di ondate sanguigne che sferzano i volti dei sopravvissuti; di crudeltà umana che seppellisce speranze; di omerica audacia che cavalca rischi e disperazione. Un mare che fa da sfondo alle fotografie di Aris Messinis, atroci ma indispensabili, in cui un gruppo di migranti viaggia in compagnia di numerosi cadaveri o in barconi così colmi da far sprofondare il centro dell’imbarcazione. Immagini che riportano alla memoria i fatti del 3 ottobre 2013, quando 368 persone, in gran parte eritrei, perdono la vita in seguito all’incendio e al conseguente naufragio, nelle vicinanze dell’Isola dei Conigli, dell’imbarcazione su cui viaggiano: è una delle peggiori stragi accadute nel mar Mediterraneo dall’inizio del ventunesimo secolo.
Della tragedia, restano oggetti personali divenuti ormai reperti storici, esposti in mostra e custoditi dal Comune di Lampedusa e dal Comitato 3 Ottobre per conto dei supersiti e dei familiari delle vittime: borse consunte, cartine geografiche, orologi, immagini sacre, rosari, agende telefoniche, banconote, collanine, anelli, bracciali, cellulari, libretti di preghiere, fotografie, passaporti. Oggetti di vita quotidiana e dal forte valore affettivo che ci consegnano un’immagine ben diversa da quella che gran parte dei media ci propina.

Aris Messinis

Aris Messinis

Lo scopo di La Terra Inquieta è proprio quello di mostrare non numeri ma persone, non remote tragedie ma dolori concreti e palpabili: riverberi di tentativi strozzati, squarci di vita agghiaccianti nell’alone di tristezza che lasciano.  È lo spirito che anima La Mer Morte, l’opera di Kader Attia: una serie di maglioni, jeans, T-shirt e scarpe, in diverse sfumature di blu che rispecchiano i colori del mare aperto, sparsi su un’ampia superficie del pavimento della galleria. Abiti che rievocano l’invisibile: uomini, donne, bambini, con un volto, una storia, una vita perduta.
Su questa installazione luttuosa, campeggia una delle più grandi mappe di  Alighiero Boetti, prodotta in Pakistan da ricamatrici che, insieme ad altri sei milioni di connazionali, erano fuggite dalla guerra seguita all’invasione russa dell’Afghanistan durante gli anni Ottanta. Mappe che per vent’anni hanno tracciato le fluttuazioni della politica mondiale e dei confini nazionali, riflettendo, nelle loro modalità di realizzazione, un sistema di produzione globale e transculturale: Boetti è affascinato dai modi in cui le ricamatrici interpretano il lavoro e da come il contesto politico in cui vivono si ripercuota sul risultato.
Una funzione sociale dell’arte la troviamo anche nell’installazione dell’artista polacco Pawel Althamer: un’opera collettiva in cui coinvolge soggetti spesso considerati ai margini della società, lavorando fuori dai tradizionali confini dell’arte. Black Market evoca una scena estratta dal classico studio di un artista occidentale: figurine totemiche africane da cui trarre ispirazione, a terra attrezzi da intaglio, oggetti quotidiani e una figura umana a grandezza naturale distesa supina, tutti scolpiti in ebano nero, un legno massiccio così duro e pesante da affondare nell’acqua.

Adel Abdessemed, Hope

Adel Abdessemed, Hope

Quando è stata presentata per la prima volta, l’opera era organizzata come un vero laboratorio: in una zona della galleria l’artista lavorava insieme a tre immigrati africani che aveva reclutato a Varsavia, richiamando l’attenzione su una popolazione e su una forza lavoro marginalizzata in tutta Europa. Riallacciandosi all’iconografia della pietà e della deposizione di Cristo, la figura umana che giace simile a un cadavere su un bancale richiama il destino di molti migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo.
Emarginazione e tragico destino anche nell’opera di Adel Abdessemed, Hope: un barcone in cui sono accatastati mucchi di resina nera in forma di sacchi d’immondizia, che offrono una metafora brutale di come i passeggeri dell’imbarcazione siano considerati da gran parte della società occidentale. È un’installazione che spinge chi osserva ad analizzare i propri pregiudizi e, al contempo, offre un’immagine impietosa dell’attuale fenomeno migratorio, rivelando la visione cupa e scettica dell’artista circa la possibilità di una prospettiva ottimista su un viaggio segnato da così tanti ostacoli e tragedie.      I disegni di Anna Boghiguian, frutto di una ricerca visuale soggettiva, offrono un’originale interpretazione della crisi migratoria del Mediterraneo: vivide pennellate agitate da un’energia oscura che sembra restituire le paure dei migranti, ma anche le forze più sinistre che gestiscono il traffico di persone attraverso le frontiere. Nelle immagini inquietanti dell’artista, infinite mani, bocche e occhi alludono alle moltitudini disperate che continuano a guadare il mare tra il Nord Africa e l’Europa; un mare dipinto nel suo minaccioso potere naturale e come culla di interessi economici che determinano il destino dei migranti.

Oggetti personali appartenuti ai migranti morti il 3 ottobre 2013 in seguito all’incendio e al conseguente naufragio, nelle vicinanze dell’Isola dei Conigli, dell’imbarcazione su cui viaggiavano: è una delle peggiori stragi accadute nel mar Mediterraneo dall’inizio del ventunesimo secolo.

Oggetti personali appartenuti ai migranti morti il 3 ottobre 2013 in seguito all’incendio e al conseguente naufragio, nelle vicinanze dell’Isola dei Conigli, dell’imbarcazione su cui viaggiavano: è una delle peggiori stragi accadute nel mar Mediterraneo dall’inizio del ventunesimo secolo.

Un viaggio verso l’ignoto che emerge più esplicitamente dall’opera di Xaviera Simmons che sceglie, da riviste e quotidiani, 42 fotografie di barche di migranti sovraffollate per descrivere la minaccia delle onde: come enfatizzato dal titolo dell’opera, Iperignoto, in mare e fuori dai confini di uno Stato-nazione la sopravvivenza e i diritti dei migranti restano drammaticamente in balia dell’oscurità.
Speranza e ottimismo trapelano invece dalle opere di Isaac Julien e di Francis Alys.  Quest’ultimo, in Don’t Cross The Bridge Before You Get to The River, si lascia ispirare da favole e giochi infantili attraverso i quali reinterpreta vicende della politica contemporanea da una prospettiva fantastica e priva dei pregiudizi della società adulta. Si tratta, difatti, di un progetto nato in collaborazione con i bambini che vivono sulle sponde dello stretto di Gibilterra che, nel suo punto più stretto, separa l’Europa dall’Africa per soli tredici chilometri. Luogo perfetto, per i migranti,  in cui tentare la traversata salvifica. “Com’è possibile promuovere un’economia globale e allo stesso tempo limitare il flusso globale di persone attraverso i continenti?” si chiede l’artista, realizzando un’utopica e solidale catena umana in cui bambini marocchini di Tangeri e spagnoli di Tarifa nuotano in fila indiana partendo dalla costa del proprio paese con barche giocattolo costruite con sandali di plastica. È un simbolo di ottimismo e di fiducia nel potere della collettività: in questo mondo salvato dai bambini Alys cerca ispirazione anche per i dipinti e i disegni che accompagnano la sua installazione.
Il regista inglese Isaac Julien realizza raggianti tableaux vivants in cui attori e ballerini interpretano il ruolo dei migranti, non come vittime ma come figure atletiche, libere, piene di vita e di energia. In questa video-installazione dal titolo Western Union: Small Boats, l’Europa è rappresentata come un luogo da sogno, un miraggio, una terra promessa. Ribaltando, così, le tetre immagini documentaristiche degli immigrati diffuse dai mezzi di comunicazione di massa. Le rappresentazioni idealizzate di Julien, pur muovendosi nel regno dell’immaginazione e della fantasia, ricordano agli spettatori che migranti e rifugiati non possono essere esclusi a priori dal regno della bellezza.

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