Frammenti di vita e orme di sabbia

L’uomo imprimeva sulla spiaggia orme solitarie. Si girava a osservarne la fila arcuata, parallela alla battigia. E tornava sulla larga distesa di sabbia granulare, di un giallo pallido, livellata dalla mareggiata del giorno prima, quando le onde avevano assalito violente la riva, ritraendosi sconfitte dopo aver restituito alla terra canne, tronchi, bottiglie, la gomma d’una ruota, una pupa nuda e senza testa, una poltiglia scura che chissà cos’era stata. Ora il mare s’adagiava sul bagnasciuga con riccioli timidi, carezzevoli, senza la forza di schiumare, come la birra tenuta troppo nel bicchiere.
frammenti di vitaGuardò la linea diritta dove curvava il mondo, di un azzurro intenso – quel mattino ci teneva a distinguersi dal cielo. Da lì, dirottò sul suo orizzonte, sconosciuto, laggiù ad attenderlo, orma dopo orma finché non si sarebbe consumata la spiaggia, appresso all’ombra che gli anticipava i passi, sformata, lunga e tenue per il sole che lo aveva sorpreso alle spalle e lo spingeva in avanti, che non riusciva a svincolarsi dalle nuvole bianche e striate e somigliava a un uovo messo a friggersi sotto un coperchio, sciupato da poterci tenere fermi gli occhi.
Impediva ai pensieri di farsi largo. Ma nulla poteva contro le immagini che gli attraversavano la mente, dolorose, abbaglianti. Scuoteva forte la testa, quasi che così potesse espellerle. E avanzava curvo, acciaccato, senza mai raggiungere quella maledetta sagoma grigia che lo precedeva, mentre, sulla destra, il mare si manteneva quieto, nemmeno era capace del fruscio della risacca.
Diede una sbirciata al braccio. Non riusciva a muoverlo. E lo teneva penzoloni. Colava sangue. Un lento canale partiva dal cavo del gomito, biforcava ad arco, tornava a ricomporsi sul palmo della mano. Appena sulla punta dell’indice, si staccava goccia che la sabbia risucchiava frettolosa.
“Coraggio, manca poco” provò a consolarsi l’uomo, sentendo venir meno le forze. Avvertiva la fine vicina. E chiedeva al destino che si sbrigasse a compiersi, terribile l’attesa, terribile non farcela a scacciare i frammenti di vita che gli intasavano la mente.
La vista gli si annebbiò. Dovette fermarsi. Fu tentato di sedere, il tempo di riacquistare i contorni del mondo intorno. Ci rinunciò: dopo, non avrebbe più avuto la forza, né la voglia, di rialzarsi e proseguire, e invece doveva, qualcosa che lo scuoteva dentro pretendeva che tutto si compisse laggiù, dove la conca consumava l’arco su una punta protesa verso il mare e rientrava a ripeterne una simile. Inoltre, rischiava lo raggiungessero i nemici. Si sorprese a non ricordare chi fossero, chi lo avesse ferito con il coltello. Forse gli zingari incontrati nella notte. O Marta. O Enrico. O entrambi. No, Marta no. E con Enrico si conoscevano appena, nessun guasto tra loro. Rinunciò a cercare, non gli premeva saperlo. E, comunque, gli sarebbe tornato in mente, il tempo di snebbiarsi un po’.
Si volse dietro, al cammino percorso: solo le sue orme profanavano la spiaggia. Girò uno sguardo in tondo: la distesa di sabbia limitava con un canneto; una tenue brezza agitava le foglie e in cima oscillava le pannocchie. Nessuno in vista. Non poteva essere altrimenti, quello era il mare d’inverno e la costa era lontana dai centri abitati. Né si vedevano barche. E lui lì, solitario e agli ultimi fiati in mezzo a una natura che mai aveva imparato ad amare, a sentire sua, nonostante da decenni abitasse in una città che di mare odorava e che mare offriva dalle finestre. Era nato e vissuto in un paesino ai piedi della montagna. Se si ha quella nascita, il mare mai diventa familiare, mai lo si assapora casa. Per lui non cedeva d’essere lo spicchio ostile dell’acqua che scampava alle colline e si scorgeva dalle alture. Peccato gli toccasse finire lì i giorni. A pensarci, non contava però, la morte sa di morte ovunque, è uguale, misera, lascia incompiuti anche a cent’anni.
La vista gli si era spannata e gli concedeva il piano, di là del canneto – il sole lo sottraeva rapido alle ombre – una collina ferita da una stradella a mezza costa, un treno che la penetrava infrangendo il silenzio con un soffio fuggevole. Dietro, la montagna, sfumata dalla lontananza. Ritornò sulle canne. Le pannocchie gli ricordarono il pennacchio sul berretto dei carabinieri in alta uniforme. Già, i carabinieri. Forse erano stati allertati e lo stavano cercando. Non importava. Importava invece che ce la facesse a raggiungere la punta di sabbia che separava le due conche. Non sapeva perché si ostinasse tanto e cosa avrebbe trovato lì. Gli premeva arrivarci e basta.
Pensò di risalire la spiaggia fino al canneto e di costeggiarlo. Chiunque lo stesse inseguendo, non lo avrebbe visto se ci camminava radente. Ci rinunciò: lo scorgessero pure, lui non stava fuggendo, lui aspettava.
Il braccio gli doleva, il sangue continuava a colare.
Riprese ad avanzare, passi lenti appena sopra la battigia, dove la sabbia era asciutta. E gli occhi di un attimo al tratto compiuto: trovava sempre le ombre impresse e per ognuna una goccia di sangue. Goccia dopo goccia presto non gliene sarebbe rimasto di sangue, non abbastanza da vivere.
Scorse impronte di piedi sulla spiaggia ancora da percorrere. Fresche, perché s’erano impresse profonde rivoltando la sabbia sotto, umida questa. Qualcuno era sceso dalla campagna, aveva puntato in verticale la curva della battigia e proseguito parallelo alla riva. Gli stessi passi suoi, stessa distanza dall’acqua. Lo indusse a spostarsi più in su, per non mischiare le orme. Non sapeva perché lo facesse, non aveva senso. Assecondava l’istinto. Sentiva che, avesse sovrapposto le sue, si sarebbe guastato qualcosa, la morte si sarebbe guastata, o avrebbe infettato l’altro di un uguale destino. L’altro però non c’era, nessuno davanti.
Il promontorio si avvicinava, non era a più di cento metri.
Le orme che lo precedevano s’interruppero in un’ultima più profonda. E non ce n’erano a risalire la spiaggia, non proseguivano oltre, non puntavano il mare, e questo era troppo distante per essere raggiunto spiccando un salto. Relegò la stranezza tra le tante di quel giorno partorito per i piedi. Altra stranezza, che i gabbiani gli camminassero vicino e accanto, non si scostassero al suo passaggio. Prima, spiccavano il volo, sbattevano possenti colpi d’ala per scalare il cielo, si lasciavano ricadere giù volteggiando in planata ed esplodendo versi sgraziati.
Era stremato. Si abbandonò in terra, di fianco. Adagiò la faccia sulla sabbia. E avvertì il sonno che lo vinceva. Lo lasciò fare. Gli portò sogni. Erano pregni di Marta. E Marta non ce la voleva. Gli riuscì di svegliarsi. Marta però gli restò appiccicata dentro. Non l’aveva salutata. Non s’erano detti addio. Lui non le aveva detto addio. Lei, sì. Da tanto. Lasciandolo a ripercorrere i suoi errori, a rimpiangerla, a dannarsi su ciò che poteva essere e non era stato, a rimproverarsi le colpe di una vita che gli si era rivoltata contro. Si ferì con i ricordi. Per scacciarli, si strinse le tempie con una mano. Da ragazzo usava così, con forza fino a farsi male, e una smorfia sulla faccia per la tensione. E gli riusciva di schizzare via i pensieri dolorosi. Ci riuscì anche stavolta. E Marta divenne un’ombra che si frantumava cenere. Ma sarebbe ricomparsa, mai si assentava a lungo.
Si alzò, riprese a camminare. E giunse sulla punta. Lì, sedette, spalle al mare e occhi alla montagna. Non era granché, la montagna. Montagna non era, anzi. Lui a volerla montagna, gli occorreva pensarla montagna che s’inerpicava frettolosa, vestita di faggi. I faggi sanno di montagna. E il verde degli alberi che risalivano quella tra la foschia non era dei faggi, in inverno i faggi non indossano foglie, il bosco offre una macchia marrone, con rami nudi, spinti in su a pungere il cielo. Ma era buono ingannarsi che fosse montagna.
Aveva il sole addosso. Non riscaldava, il sole. Ed era nemico, il sole, ché gli riportava Marta, le sue risate allegre quando andavano a mare, i giochi nell’acqua, i baci sott’acqua, un amore che s’era lasciato pensare eterno e s’era invece sciolto più che la neve di aprile. Non se ne andò più, Marta.
Sentì scricchiolii sulla sabbia. E li vide avvicinarsi, assieme, fianco a fianco, Marta ed Enrico. Correvano, una corsetta leggera, lei al limitare dell’onda, passi acquosi i suoi, Enrico più su. Ridevano avanzando. Si rivolgevano sorrisi. Marta si piegava a raccogliere acqua e la schizzava addosso a Enrico. Erano felici. Non s’erano accorti di lui. E avrebbero dovuto, ora non distavano più di trenta metri. Li aveva riconosciuti subito, erano bastati i capelli raccolti a coda di Marta, che sbattevano di qua e di là. E l’aveva riconosciuta il cuore.
Non l’odiava. Non l’aveva odiata nemmeno nei giorni di un rancore che non ascoltava ragioni, né nelle notti insonni e combattute, prima di lasciarsi, quando si davano le spalle nel sonno e mai si consolavano gli acciacchi, le lacrime. Piuttosto, odiava se stesso per averla lasciata andare, per aver frapposto uno stupido orgoglio a un sentimento ancora riparabile, per aver consentito a miserie terrene d’affogare l’amore. Colpa sua se adesso era di un altro, se con quell’altro giocava e scherzava. Colpa sua il sangue dal braccio che gli tranciava i giorni.
Non voleva essere colto in quello stato. Non voleva indurre pietà. Non la pietà di Marta. Non la pietà di Enrico. Ma non aveva dove nascondersi.
Tenne la testa china. E chiuse gli occhi, quasi che, facendolo, neanche loro avrebbero potuto vederlo, come non li vedeva lui. E davvero non lo videro. Gli passarono accanto senza notarlo, lo sguardo al loro orizzonte, fianco a fianco, la sua Marta perduta, l’innocente Enrico colpevole del sangue.
Ne fu contento, meglio che non si fossero accorti. E ne fu infelice, sarebbe stata un conforto la mano di Marta che gli carezzava l’ultimo spicchio di vita.
Sentiva la testa pesante. L’avrebbe adagiata sulla sabbia e ve l’avrebbe tenuta per sempre se non fosse stato che non riusciva a staccare lo sguardo dalle due sagome che prendevano distanza.
Di nuovo la nebbia negli occhi. Ugualmente s’accorse che la sabbia non era calpestata, niente orme di Marta e di Enrico, eppure erano passati da lì, ancora li distingueva a metà della conca. Non c’erano neanche le sue. Eppure il mare non schiumava, non spingeva onde a cancellarle. Sì, giorno di stranezze, da non meravigliarsi di nulla, forse succedeva a tutti alla fine.
Il braccio non sanguinava più. Nessuna goccia lì dove s’era seduto, nessuna nell’ultimo tratto del percorso.
Poi le vide, orme e gocce. S’interrompevano dove c’erano quelle che cedevano di botto, là dove aveva dato le spalle al mare e s’era rivolto verso le colline. Accanto all’ultima orma, una macchia scura, ingombrante, sembravano cenci distesi ad asciugare al sole. Non l’aveva notata passandoci a lato, nonostante fosse sul suo percorso.
Lì, squarciò le nebbie: non c’erano nemici che lo inseguivano, né Marta né Enrico a ridurlo così, lui stesso invece, un taglio secco con il coltello a recidere la vena nel cavo del gomito. Ed era crollato lì, cento passi indietro, cencio sulla sabbia granulare e dorata.
Volse gli occhi intorno a colmarsi di mondo: la spiaggia deserta, il canneto, gli aranci al piano, le colline, un’idea di montagna sullo sfondo, non più le due sagome affiancate nella corsa. E un cencio disteso cento passi indietro sulla sabbia venata di rosso.
Un gabbiano gracchiò nell’aria, planò lento e gli si mise accanto.

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