Percezione alterata della realtà e irrazionalità del voto

Nessuno, almeno da qualche secolo in qua, contesta che il nostro pianeta giri attorno al sole e che la Terra non sia piatta. Si tratta di acquisizioni che appartengono a quella che il filosofo del diritto reggino Domenico Farias chiamava “ermeneutica dell’ovvio”: dati scontati, insomma.
Pure, com’è noto, qualche settimana fa una studentessa marocchina pretendeva di discutere una tesi di dottorato nella Facoltà di Scienze dell’università tunisina di Sfax (Scuola nazionale di Ingegneria) su “Il modello della Terra piatta, argomenti e impatto sugli studi climatici e paleoclimatici”, tesi secondo cui – in coerenza con la fede “islamica” – la Terra è, appunto, ritenuta piatta e il sole le gira intorno. Dunque – in un elaborato non teologico o filosofico, ma di fisica – veniva rifiutata la scienza ufficiale, anche sulla base di fantomatici (perché inesistenti) documenti della Nasa, in quanto non conforme all’Islam.

“La sola libertà per l’uomo è la libera ricerca della verità”: un’immagine dello spettacolo “Vita di Galileo” (Bertolt Brecht) diretto (e interpretato) da Gabriele Lavia.

“La sola libertà per l’uomo è la libera ricerca della verità”: un’immagine dello spettacolo “Vita di Galileo” (Bertolt Brecht) diretto (e interpretato) da Gabriele Lavia.

Il caso – che, com’è noto, ha suscitato un vespaio di polemiche internazionali e, per fortuna, si è concluso con la mancata accettazione del testo, sia pure per “irregolarità formali” nel deposito della tesi – è emblematico di quanto possa essere “alterata” la percezione della realtà, senza quasi che ce ne accorgiamo. Anzi, il fatto stesso che non sempre ci rendiamo conto di quanta “disinformazione”, e passiva fiducia nella “disinformazione”, esista è il segno drammatico di una più generale e diffusa alterazione nella conoscenza della realtà.
L’esempio accennato della “tesi delirante” è stato possibile, come è stata possibile in passato l’abiura di Galileo, perché vaste fasce di popolazione sono condizionate ideologicamente. Talvolta si tratta addirittura della maggioranza delle persone. Per fortuna, però, la scienza ha ben poco a che vedere con la legge della maggioranza. Come anche di recente è stato ricordato, «la scienza non è democratica», e non tanto perché la verità non sia accessibile a tutti – cosa che talvolta (di fronte ad alcune conoscenze iper-specialistiche) accade – ma semplicemente e più spesso perché non tutti vogliono conoscerla. Naturalmente bisogna pure evitare, all’opposto, atteggiamenti “fideistici” nei confronti della scienza (c.d. scientismo), anche perché ci sono verità che la scienza non conosce: dell’universo si conosce circa il 5 %. Il resto è materia, o energia, oscura, anche per la scienza. Con B. Pascal potremmo dire che «il cuore ha ragioni che la ragione non conosce».
In ogni caso con la scienza – ma basterebbe dire con la “realtà” – bisogna fare i conti, prima o poi.
E, invece, spesso il quisque e populo tende a “sfuggire”, per vari motivi, proprio il confronto con la realtà. Quando questo confronto, inevitabile, avviene “dopo”, quasi sempre è troppo tardi. Per esempio, “credere” – contro ogni evidenza – nella superiorità della “razza ariana” italiana e nella tracotante potenza di un “milione di baionette” ha portato molti, tantissimi, italiani a prendere coscienza troppo tardi, a disastro bellico compiuto con immani distruzioni, di cosa realmente fosse il fascismo.
Ma la cosa veramente drammatica è che il problema, cui qui si accenna, va ben oltre i casi, più evidenti e clamorosi, di fanatismo con tratti integralistico-religiosi o marcatamente politico-ideologici. Anche senza arrivare a questi eccessi, infatti, purtroppo oggi sono molte le persone che semplicemente non si informano o comunque si “abbeverano” a fonti non ufficiali e non verificabili, ma sempre più diffuse ed invasive, spesso usando le pseudo-notizie (quasi sempre colossali balle), che impunemente girano su internet. La “rete” è, insieme, un meraviglioso strumento di comunicazione, ma anche un incontrollato mezzo di informazione (acefalo e di solito irresponsabile). Spesso i fruitori delle fake news sono soggetti “frustrati”, ossessionati da “retro-pensieri” e visioni “complottiste” delle relazioni umane, ma tante altre volte sono semplici sprovveduti.
Attenzione: per essere manipolati non occorre essere stupidi, basta essere ignoranti. E purtroppo proprio la mancata percezione della propria ignoranza (che socraticamente è l’inizio della saggezza) porta molti a rifiutare la realtà, addirittura ostentando indifferenza verso i dati disponibili a tutti, per accettare solo le proprie “idee”, sbandierate arrogantemente come verità incontrovertibili. Sarebbe un errore considerare quest’approccio – di percezione alterata della realtà – come marginale e trascurabile. Al di là di ogni altra considerazione, si trascura il fatto che ne sono coinvolte fasce sociali crescenti e… “votanti”.
Quando motivazioni (ma meglio sarebbe dire “spinte emozionali”) di questo genere (demagogiche e populistiche) si traducono in voti, incominciano i guai e si manifesta con particolare evidenza il preoccupante fenomeno dell’irrazionalità del voto. Ci piaccia o no, le “ragioni” per cui, in democrazia, la gente vota sono le più disparate e non sempre comprensibili. Ho un amico, per esempio, che – pur essendo stato beneficiato dalla riforma di Renzi sulla scuola (è entrato finalmente di ruolo) – dovendo insegnare a ben due ore di treno da casa, “voterà contro Renzi e il Pd”. Le “uniche” motivazioni della sua scelta (o “non scelta”) sono quelle indicate e sorprendentemente non c’è verso di convincerlo ad allargare il campo della “valutazione politica” ai fini di un voto, magari contro il Pd, ma più ponderato.
Purtroppo a ben poco serve fornire “dati”, ossia analisi oggettive sui fatti. Gli esempi di “rifiuto dei dati” sono infiniti, proprio nella sfera politica, dove appunto sono in gioco “i voti” degli elettori. Ne ricordo alcuni.
Chi di noi non ha ascoltato un dibattito televisivo in cui – di fronte ai dati statistici incontrovertibili dell’Istat – l’interlocutore di turno spudoratamente li ignora o, peggio, li contesta (ovviamente “solo” quando a lui sfavorevoli, per usarli invece come una clava quando gli conviene)? Fornire i dati, e dunque attenersi ai fatti, serve a ben poco: sembra ormai prevalsa l’antica massima secondo cui «non esistono fatti ma solo interpretazioni».
Emblematico è stato, e tuttora è, il “balletto dei dati” sull’occupazione in Italia dopo il Jobs Act: anche le notizie e i dati fornite da osservatori autorevoli, competenti e indipendenti sono stati contestati, sicché è davvero difficile, a un semplice cittadino, districarsi nel ginepraio di false e corrette informazioni in materia.  La verità è che si confonde spesso la “valutazione” dei dati (tendenzialmente critica) con i “dati” stessi (tendenzialmente positivi). Piaccia o no la riforma in questione, in un contesto normale – ossia meno emozionale e politicizzato – i dati dovrebbero essere sufficienti perché eloquenti: re ipsa loquitur.
Pure il caso, recentissimo, della “disinformazione” sui vaccini obbligatori è sintomatico della peggiore manipolazione dell’informazione, tanto più irresponsabile e pericolosa quanto più aggravata dai ricordati complottismi e retro-pensieri. Il meccanismo psicologico attivato è da manuale: una volta ingenerato il “sospetto” (che i vaccini possano far male), si è già raggiunto l’obiettivo (visto che l’indicazione delle reali percentuali di patologie da essi causate è considerato solo un “dettaglio”). Il meccanismo ricorda l’approccio all’informazione che viene attribuito al ministro per la propaganda del Terzo Reich, il maestro della menzogna J. Göbbels: «calunniate e sparlate: qualcosa resterà»
Ma si pensi pure alla reiterata proposta di dar vita a un “salario minimo garantito” – ipotesi, quando non palesemente demagogica, su cui è possibile discutere pacatamente e razionalmente – che viene sbandierata a destra e a manca, ma che quasi mai viene accompagnata da una reale indicazione sulla “copertura di spesa”, visto lo stato drammatico delle nostre finanze. L’alterazione dei dati, in questo caso, avviene di solito sotto forma di “informazione parziale”: per esempio – quando pure si indicano i settori di spesa pubblica da “tagliare” a tal fine (quasi sempre e comodamente il comparto Difesa) – nulla si dice, deliberatamente, sugli effetti drammatici che ne ricadrebbero sulle attività produttive e l’occupazione, per cui ciò che una mano “dà”, a ben vedere l’altra “toglie”. A un’opinione pubblica superficiale ben poco importa se il risultato di una tale manovra economica è «a somma zero», se non addirittura dannoso: conta solo l’“obiettivo” (di presunta giustizia) da perseguire.
Spiace dirlo, ma l’altra faccia dell’alterazione della realtà si chiama “spudoratezza”: per esempio, sono rimasto letteralmente trasecolato dal fatto che il Senato abbia “assolto” il giornalista Augusto Minzolini, contro il “dato di realtà” (giuridica) inconfutabile di una sentenza penale di condanna passata in giudicato per peculato, per di più in violazione della legge Severino. Naturalmente si trova sempre qualcuno che, con argomenti giuridici più o meno capziosi, “contesta” quanto detto – ossia l’evidenza – ma questo conferma soltanto che ci sono molte, troppe “facce toste”…
E, così, è inutile rovesciare cumuli di dati (ufficiali, controllati, non controversi) sul miglioramento dello stato della “sicurezza”, sulla riduzione dei crimini, ecc. in Italia: la “gente” comunque percepisce un’“altra” realtà, alimentata da mirate campagne di stampa e da politici interessati a far crescere la paura dei cittadini, soprattutto dei più deboli, ignoranti e sprovveduti.
Probabilmente nemmeno serve un’altra legge sulle rapine, visto che i “dati” giudiziari confermano un atteggiamento della magistratura “ragionevole” verso chi davvero si limita alla legittima difesa. Ma è tutto inutile: la percezione alterata della realtà “obbliga” il legislatore ad intervenire, anche se questo non cambia realmente lo stato delle cose.
Ed è pure inutile fornire dati (al solito, certi e con controvertibili) sugli immigrati, che non sono quasi mai delinquenti, sono quasi sempre “di passaggio” verso altri Stati e il cui numero, comunque, è largamente inferiore, in percentuale sui cittadini residenti, a quello presente negli altri grandi Paesi europei: la “gente”, moltissima gente, continuerà a pensarne male, a considerarli troppi e a vedere quindi con timore gli stranieri, tutti indistintamente.
Potrei continuare con gli esempi, ma non serve.
Viviamo un tempo in cui i mezzi di comunicazione di massa e i social network favoriscono, talvolta involontariamente ma più spesso con deliberata spudoratezza, una “percezione alterata” della realtà. A tale fenomeno si accompagna, quale naturale pendant, l’“irrazionalità del voto”, spesso fondato su luoghi comuni, pregiudizi e soprattutto su paure ingiustificate.
Ma la causa della paura, quasi sempre, è proprio l’’ignoranza (Timendi causa est nescire: Lucio Anneo Seneca, Naturales quaestiones, I sec.).
È dunque l’ignoranza il vero e perenne nemico da battere: “prima”, molto “prima” della corruzione, del populismo e della ‘ndrangheta, che pure sono nemici di tutto rispetto. L’ignoranza, infatti, è la “radice” di tutti gli altri mali e va recisa subito, prima che generi altri mostri.

FacebookTwitterGoogle+EmailLinkedInPinterest

I commenti sono chiusi.