Filoxenìa, l’accoglienza tra i “Greci di Calabria” secondo Patrizia Giancotti.

Filoxenìa è questo il titolo di uno straordinario lavoro di ricerca documentale e fotografica curato da Patrizia Giancotti, un’antropologa, fotografa, giornalista, autrice e conduttrice radiofonica che tempo addietro  ho incrociato a Bova in un caldo pomeriggio d’estate intenta ad approfondire la conoscenza di luoghi, cose e persone da leggere nei loro gangli più profondi. È un temine greco Filoxenìa, che suona bene a leggerlo così con quella sua inflessione morbida e accomodante che vuole significare amore per il forestiero e vivo senso di accoglienza. FiloxeniaSono stati mesi intensi quelli vissuti da Patrizia tra Bova e Roccaforte, passando per Gallicianò e Roghudi nel cuore della grecità calabrese, un tempo tutto sommato relativamente breve che ha partorito un’opera preziosa, uno sforzo assai meritevole di attenzione, un modo per cristallizzare un piccolo mondo antico o quello che di esso rimane, prima che vada irrimediabilmente perso. L’altra sera ripensavo a questo lavoro edito da Rubbettino il cui titolo completo è: “Filoxenia, l’accoglienza tra i Greci di Calabria” e non so bene perché ma le prime immagini che mi sono passate  in mente sono state quelle di un presente sempre più liquido e di una società che con una mano ci offre qualche possibilità e tante illusioni, con l’altra ci toglie sempre più punti di riferimento, ridisegnando la geografia umana, culturale e a volte anche fisica. Fermiamoci un passo indietro: Roccaforte del Greco, Area grecanica della provincia di Reggio Calabria, ore18:15 di una sera di fine inverno, mi trovo sulla via del ritorno verso casa e quella interminabile serie di tornanti che sto seguendo da un pezzo non mi suggeriscono solo il quadro di una viabilità assai accidentata, ma anche la metafora di una terra dai forti contrasti geografici e soprattutto umani e culturali. È lungo da Roccaforte il tragitto verso il mare, tanto lungo che ho il tempo di farmi assalire da un senso di disagio che mi coglie mentre immagino una Calabria greca 2.0 che lascia nella mente un senso di confusione. Poi guardando il letto dell’Amendolea col suo grigio quarzo o il sole che sparendo dietro la sagoma dell’Etna  regala colori indefiniti penso che tutto sommato c’è sempre una parte di bicchiere mezzo pieno.

Patrizia Giancotti

Patrizia Giancotti

Decenni di emorragie umane, protesi verso il miraggio delle marine hanno ridisegnato la demografia di questa terra senza però riuscire a spegnere del tutto l’ideale sogno di un viaggio a ritroso, percorso da tanta gente che cerca di riannodare il filo mai spezzato della propria personale storia, lontana dai non luoghi alla ricerca di quelli che Marc Augè definiva “luoghi identitari”. È una terra bella e strana quella dei Greci di Calabria, un caleidoscopio in cui rintracci tante cose, pietre calcaree che lasciano il posto al rosso dei tramonti, pelle arsa di uomini segnati da fatiche millenarie, ma soprattutto quell’antico idioma unico al mondo, retaggio di una cultura che si perde lontana nei secoli. Mi ha molto colpito il viaggio di Patrizia Giancotti, forse perché ho sempre creduto che per leggere i luoghi, le persone e gli eventi sia necessario osservarli da altre prospettive. Ho sempre creduto nella poesia del viaggio, nel potere dell’altrove ovunque esso sia, purché lontano dai riferimenti di sempre, libero da vincoli e legami che offuscano anche l’ultimo residuo di imparzialità. “La Calabria Greca – mi disse quando la chiamai al telefono – è terra di uomini ospitali, nella pienezza del senso omerico. Per mesi ho percorso quei territori, impegnata in una ricerca sul campo dove ho visto medici, professori, fabbri, massaie, suonatori di lira, zampogna e organetto, pastori. Pasquale ad esempio è un giovane di Bova poco più che ventenne che dopo un’esperienza come attore nel Film Anime Nere di Francesco Munzi, girato proprio tra Bova ed Africo, è tornato alla sua quotidianità.

Photo di Patrizia Giancotti

Photo di Patrizia Giancotti

Il suo stazzo – scrive Patrizia – è molto in alto, in verticale lo strapiombo diventa precipizio fiorito che porta al fiume, la vista da capogiro arriva fino al mare. Non c’è niente in piano, è difficile persino camminare e pure lo vedo come da un aereo in volo, correre giù dietro le capre col bastone dei padri e i piedi alati. Per ora alla orizzontalità del red carpet calpestato a Venezia preferisce la verticalità di questi scoscendimenti, dove il suono delle capre si fonde con quello della natura risvegliata e dove anche il profumo del vento, il fiume, il lupo, la pietra, il fiore, l’uomo e il mare laggiù sono uniti nella stessa partitura”. È ricco di una straordinaria carica emozionale Filoxenia che fa cogliere il suo senso più vero proprio in quella dicotomia regalata dalla descrizione di Pasquale, dei suoi piedi alati, del bastone dei padri e di quel tappeto rosso assaporato in fretta ed ancora più in fretta accantonato, è questo il fil ruoge che lega il lavoro di Patrizia Giancotti, così ben fatto, a quel mio senso di disagio provato nell’immaginare un’indefinita Calabria 2.0. Foloxenia è un delicato tributo ad un angolo di sud ed alla sua gente che può guardarsi e lasciarsi guardare con occhi finalmente un po più liberi da ingombranti preconcetti.

 

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