Dove va la democrazia? Rischi storici e limiti congeniti (parte seconda)

In questa seconda parte, proseguo, pur rapidamente, le riflessioni iniziate nel mio intervento precedente di febbraio (http://www.calabriaonweb.it/2017/02/12/va-la-democrazia-rischi-storici-limiti-congeniti-parte/), soffermandomi sui problemi più attuali.
È evidente che – per cercare di ridurre i danni prodotti dalla democrazia intesa in senso solo procedurale (per cui «la maggioranza vince e la minoranza perde») – bisogna “ingabbiare” l’incontenibile idea, prima teologica e poi politica, di sovranità.

Zygmunt Bauman, morto di recente, si è soffermato a lungo sulla cosiddetta “società liquida”. Ad avviso del prof. Spadaro “in società sempre più multietniche e multiculturali, quindi ‘liquide’, come le nostre non serve ‘più’ democrazia (quantità), ma una ‘migliore’ democrazia (qualità)”

Zygmunt Bauman, morto di recente, si è soffermato a lungo sulla cosiddetta “società liquida”. Ad avviso del prof. Spadaro “in società sempre più multietniche e multiculturali, quindi ‘liquide’, come le nostre non serve ‘più’ democrazia (quantità), ma una ‘migliore’ democrazia (qualità)”

Ci aiuta molto, in questo sforzo, l’idea di Costituzione, ossia di una tavola di valori superiori, che è anche un sistema di «pesi e contrappesi», quindi di «limiti» proprio al principio di sovranità popolare. In questo senso, potremmo dire che la democrazia o è costituzionale o non è (buona).
Hans Kelsen ricordava pragmaticamente che la democrazia è il regime migliore perché è quello in cui “soffre” il minor numero di persone, ossia soffre solo la minoranza. In realtà la democrazia è il regime migliore perché è l’unico che “cerca” di pervenire a decisioni sociali “condivise”. A differenza di tutte le altre, le decisioni sociali democratiche – essendo precedute da una discussione pubblica (J. Habermas) – possono essere sbagliate, e non di rado lo sono, ma sono anche, o quanto meno appaiono, più persuasive e per questo sono, o “cercano” di essere, non violente.
Ma l’apparente diffusione mondiale del modello democratico non ci deve illudere. Perché esso possa realmente “attecchire” occorre, come si ricordava, un contesto storico particolarmente favorevole: la cornice di cultura costituzionale – dentro cui si è maturata la democrazia, solo dopo molti errori (santa inquisizione, roghi, campi di concentramento, gulag, ecc.) – è l’Occidente. Perché il modello democratico possa veramente funzionare serve:

  1. una chiara antropologia “personalista”, ossia un profondo riconoscimento sociale del principio super e meta-costituzionale di dignità della persona umana;
  2. la netta consapevolezza sociale che la legittimazione del potere non è monistica (come nelle dittature), ma pluralistica (come nei regimi liberali). Deve perciò riconoscersi il principio di “triplice legittimazione” del potere: accanto alla legittimazione dal basso (popolare o democratica), anche un principio di legittimazione dall’alto, nella duplice forma della legittimazione scientifica, o secondo competenza, e costituzionale, ossia secondo valori superiori. La presenza soltanto di una delle tre forme di legittimazione ricordate porta, infatti, a evidenti patologie che trasformano, rispettivamente, la legittimazione solo popolare in oclocrazia/demagogia, quella solo scientifica in tecnocrazia e quella solo costituzionale in aristocrazia/clericocrazia dei giudici costituzionali, alla stregua di arbitrari sacerdoti della Carta.

Gli Stati costituzionali vivono proprio grazie al delicato “equilibrio” di, e coesistenza fra, queste tre legittimazioni, che solo con difficoltà troviamo al fuori degli universi culturali occidentali o occidentalizzati.
Ciò detto –senza nemmeno prendere in esami i problemi di pseudo-regimi democratici (la Turchia di Erdogan, la Russia di Putin…) – i maggiori “rischi” che attualmente corrono le democrazie costituzionali contemporanee sono tre.

  1. a) Democrazia e difesa dai suoi nemici: il rischio del paternalismo
“Per cercare di combattere i tre rischi velocemente ricordati – scrive il prof. Antontino Spadaro - mi pare occorra, fra le altre cose: a) non avere paura di percorrere strade diverse, immaginando economie dal volto umano,ispirate alle teorie della c.d. decrescita felice (S. Latouche)”

“Per cercare di combattere i tre rischi velocemente ricordati – scrive il prof. Antontino Spadaro – mi pare occorra, fra le altre cose: a) non avere paura di percorrere strade diverse, immaginando economie dal volto umano,ispirate alle teorie della c.d. decrescita felice (S. Latouche)”

V’è un paternalismo ad extra e ad intra.
Quanto al primo, va riconosciuto che è stato – ed è – a dir poco patetico il tentativo svolto, specialmente nell’ultimo ventennio, di “esportare la democrazia” fuori dall’Occidente (in Iraq, Afghanistan, Libia, Somalia, ecc.), a maggior ragione con le armi, non rispettando le antropologie e le culture locali. Senza arrivare a parlare di genocidio culturale, il paternalismo democratico-costituzionale è servito a ben poco.
Quanto al “paternalismo” ad intra, trattasi di fenomeno forse persino più pericoloso, sviluppandosi all’interno degli ordinamenti democratici più evoluti: si pensi alla reazione degli Stati democratico-costituzionali di fronte all’attuale guerra asimmetrica del terrorismo. Spesso i nostri Paesi si sono “chiusi a riccio”, rinunciando ad essere espressione di società aperte, tolleranti e pluraliste e limitando fortemente le libertà individuali e il libero pensiero critico. Le prime reazioni degli USA dopo l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, sostanzialmente lesive del semplice Stato di diritto, sono tristemente indicative: emblematico (nonostante la sent. della Corte Suprema del 2008) resta il caso della prigione speciale di Guantanamo. Ma pone non pochi problemi anche la proroga da parte del Parlamento francese, per la quarta volta, dello stato di emergenza, dopo gli attentati terroristici di Parigi (novembre 2015) e Nizza (luglio 2016).
Naturalmente è giusto che i regimi democratici si difendano da nemici, interni ed esterni, ma di questo passo e se non stiamo attenti, “liberamente” – e forse inavvertitamente – rischiamo di rinunciare a importanti spezzoni di libertà.

  1. b) Democrazia e manipolazione del consenso: il rischio del populismo

Com’è noto, gli attuali, pervasivi mezzi di comunicazione e informazione di massa (internet, social networks, blogs, smartphones…), operando in tempo reale, spesso facilitano un approccio cognitivo di tipo “emotivo”, più che razionale. Anche per questo la possibilità che oggi – anche nei regimi democratico-costituzionali – l’opinione pubblica sia manipolata è altissimo. Il populismo è la più pericolosa – perché strisciante, subdola e spesso impercettibile – forma di corruzione del processo democratico. È, anzi, la malattia congenita infantile della democrazia costituzionale, anche quando assume le forme più accattivanti di democrazia “dei sondaggi” o addirittura “telematica”.
Naturalmente esistono molti, e diversi, tipi di populismi (moderati, aggressivi, autoritari…), ma, in ogni caso, a me pare che si possa parlare di “populismo” tutte le volte in cui chi interviene nell’arena pubblica – quasi sempre il politico – tende a “semplificare” la realtà occultando la complessità dei problemi, usando “in modo disinvolto” della propaganda e fingendo di “assecondare” il popolo, di cui vengono vellicate in realtà le più nascoste e mediocri aspirazioni, spesso secondo il meccanismo del c.d. “desiderio mimetico” (R. Girard). Il populismo – che si basa sull’esaltazione dell’uomo medio, melius: mediocre – è il fenomeno in virtù del quale i governanti pretendono di avere un rapporto diretto ed esclusivo col popolo, melius: con l’opinione pubblica, di fatto scavalcando le c.d. formazioni sociali, o corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni, ecc.).

Per Hans Kelsen ( giurista e filosofo austriaco, tra i più importanti teorici del diritto del Novecento) “la democrazia è il regime migliore perché è quello in cui ‘soffre’ il minor numero di persone, ossia soffre solo la minoranza”

Per Hans Kelsen ( giurista e filosofo austriaco, tra i più importanti teorici del diritto del Novecento) “la democrazia è il regime migliore perché è quello in cui ‘soffre’ il minor numero di persone, ossia soffre solo la minoranza”

In tutti i suoi aspetti e varianti (spettacolarismo, teatrocrazia, personalismo, disinformazione, qualunquismo, nativismo, ecc.), il populismo costituisce davvero uno dei principali nemici della democrazia costituzionale, perché silenzioso e sempre fondato sul “mito dei miti”, difficile da scalfire: l’affannosa ricerca della legittimazione popolare. Nessuno Stato democratico-costituzionale, per quanto consolidato e autorevole, è esente dal rischio che prevalgano correnti politiche populiste (v. gli USA di D. Trump, la Francia di M. Le Pen, l’Italia di S. Berlusconi, B. Grillo e M. Salvini, l’Inghilterra di N. Farage, l’Olanda di G. Wilders, l’Austria di J. Haider e N. Hofer, l’Ungheria di V.M. Orban, ecc.).
Purtroppo, talvolta, le democrazie costituzionali più fragili sono state costrette a soccombere al populismo (si pensi all’Argentina di Peròn, al Perù di Fujimori o al Venezuela di Chávez). La cosa deve indurre a riflettere anche i cittadini delle democrazie costituzionali c.d. più mature, che rimangono a forte rischio nonostante la presenza – ma per quanto? – di garanzie e anticorpi più solidi.
Per combattere la “malattia” del populismo, è “medicina” piuttosto diffusa ed in voga, oggi, paradossalmente quella di auspicare un“aumento” delle forme di democrazia, nella presunzione, tutta da verificare, che “più” democrazia equivalga a “meno” populismo. È di moda, per esempio, la c.d. democrazia “deliberativa”[introduzione dei sorteggi, consultazioni popolari, confronti pubblici,recall, democrazia telematica, ecc. (J. Gastil e C.R. Sunstein)]. Non mi soffermo sul tema, se non per dire che, in fondo, ben poco introduce di nuovo, riproponendo con parole nuove gli schemi, antichi e ben noti, della democrazia partecipativa e semirappresentativa. Più in generale, in ogni caso a me pare che introdurre “più” democrazia possa costituire, invece, un aiuto, pur involontario, al populismo:in società sempre più multietniche e multiculturali, quindi “liquide”, come le nostre (Z. Bauman) non serve “più” democrazia (quantità), ma una “migliore” democrazia (qualità). E una democrazia è migliore solo quando le persone sono ben formate e ben informate, ossia quando sono messe in grado di decidere senza essere manipolate.

  1. c) Democrazia e poteri forti economico-finanziari internazionali: il rischio della mera apparenza di democrazia

populismoInfine, le democrazie costituzionali contemporanee rischiano di trasformarsi in strumenti “ancillari” al servizio di un unico, vero potere economico-finanziario transnazionale-mondiale.
Il timore – formulato da personalità molto diverse, di matrice più squisitamente cattolica (A. Zanotelli) e di impostazione operaista marxista (T. Negri – T. Hardt) –è quello di un vero e proprio impero mondiale del capitalismo multinazionale, in condizione di “perenne” (più che marxianamente “ciclica”) crisi, di cui gli Stati sarebbero semplici “pedine” in competizione fra loro, al punto che si potrebbe dire che siamo in una fase storica «post-democratica» (C. Crouch). Questa prospettiva – forse più newglobal (auspicio di una democrazia globale) che no global (irrealistica presunzione di vincere l’interdipendenza fra gli Stati) – non può essere affatto sottovalutata, vista l’importanza crescente, per gli Stati – oltre che degli strumenti mediatici (è nota la “concentrazione” dell’informazione mondiale in pochissime agenzie, essenzialmente europee, americane e giapponesi) – della c.d. lex mercatoria e del ruolo delle agenzie internazionali di rating finanziario.
La diffusione pressoché omogenea e mondiale di un modello economico-politico competitivo, comunemente detto neo-liberista, è stata favorita dal processo di globalizzazione e ha determinato non solo l’apparente cancellazione di ogni alternativa politico-economica, ma anche – sullo stretto piano della filosofia politica – la marginalizzazione di ogni prospettiva di utopia politica.
Abbiamo, così, poteri forti che, a ben vedere, sono trasversali (mezzi di informazione) o esterni (economico-finanziari) agli Stati nazionali. La democrazia, sotto quest’aspetto, sembra svuotarsi, divenendo solo apparente: una sorta di impalcatura che copre e legittima giuridicamente decisioni in realtà politicamente non democratiche.
Per cercare di combattere i tre rischi qui velocemente ricordatimi pare occorra, fra le altre cose: a) non avere paura di percorrere strade diverse, immaginando economie dal volto umano,ispirate alle teorie della c.d. decrescita felice (S. Latouche)e legate a consumi e produzioni “locali”, preoccupate quindi più della “qualità” che del “tenore” di vita; b) favorire scuole, università e istituzioni di alta cultura, che vanno lasciate “libere” ed a costi accettabili anche per i meno abbienti; c) permettere l’accesso senza limiti dei cittadini alla rete internet (che, pur restando acefala, va regolamentata); d) valorizzare le organizzazioni internazionali come l’ONU.
Senza cadere nell’illusione di un governo e di uno Stato mondiale (Weltstaat), entrambi impraticabili e comunque pericolosi, è auspicabile almeno un minimo di “governance” mondiale, che – nel rispetto delle diversità (economiche, politiche e culturali) di ciascun Paese e ispirata ai principi del costituzionalismo (liberaldemocrazia) e della solidarietà (giustizia re-distributiva globale) – fissi principi di massima e regole generali che valgano per tutti.
In breve: probabilmente non serve tanto più democrazia globale, quanto più regole “globali” e più democrazia “locale”. In particolare: più “regole globali” ispirate a giustizia distributiva internazionale, conseguentemente minori “competenze statali” e più “autogestione democratica locale”.

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