Dove va la democrazia? Rischi storici e limiti congeniti. (parte prima)

Dopo circa due anni di sospensione – per ragioni amministrative – di tutte le collaborazioni con Calabria On web, finalmente ora esse possono riprendere, compresa la rubrica mensile “Battitore libero”. Molto volentieri riprendendo così un “filo rosso” interrotto, con un argomento classico e immortale, che avevo già cominciato a tessere in questa sede nel lontano maggio 2014: la crisi della democrazia, fenomeno che ai nostri giorni emerge drammaticamente.

Qui e nella foto del primo piano momenti della democrazia ateniese. La democrazia greca (in particolare quella ateniese) è la prima forma di governo democratico della storia occidentale. Nasce nel 508 a.C. con la riforma politica promossa da Clistene e, successivamente, con le riforme di Efialte e Pericle, raggiunge il massimo grado di maturazionePur affrontando il tema in forma divulgativa, lo esaminerò in due tappe: questo mese, accennando per grandi linee ai limiti genetici e ai rischi “storici” e di tale regime, che purtroppo permangono ancora; il mese prossimo, cercando di analizzare i limiti più attuali e i presumibili rischi “futuri” cui va incontro la forma di Stato democratica, le cui prospettive restano incerte.
Che la democrazia sia un regime politico, o forma di Stato, senza alternative reali è difficilmente contestabile. Altrettanto incontestabile è, però, il fatto che anche la democrazia sia un regime pieno di difetti e soggetto a continui rischi mortali. Fra le molte riflessioni preoccupate in merito, ricordo:

  • l’insofferenza verso la «noia» dell’ordinaria vita democratica, le accuse di «irenismo idillico e imbelle» della democrazia. Si è parlato di «melanconia democratica» (P. Brucker);
  • l’impressione di decadenza delle democrazie occidentali, in cui governati si dovrebbero limitare al mero controllo di governanti inaffidabili. Si parla, in questo caso, di «controdemocrazia» o «democrazia della diffidenza» (P. Ronsavallon);
  • lo svuotamento dell’ideale democratico, che – in un tempo definito della “post-verità” (post-truth), visto che i fatti contano meno delle opinioni – sembra gradualmente sminuito a favore delle grandi lobby internazionali. Vivremmo, dunque, una condizione di «post-democrazia» (C. Crouch) o un tempo «dopo la democrazia» ( Dahrendorf);
  • lo scollamento fra democrazia e giustizia sociale, visto che «tutte le presunte democrazie liberali esistenti sono altamente imperfette e sono ben lontane da ciò che sembrerebbe richiedere la giustizia democratica» (J. Rawls), al punto che la democrazia appare «oggi più che mai svuotata di sostanza» (M.L. Salvadori).

In breve, potremmo parlare di una disillusione, un vero e proprio disincanto (desencanto) democratico.L’origine di questo attuale, incontestabile,malessere democratico– di cui l’astensionismo politico spesso è indice – è però antica perché, come ricordavo, la democrazia presenta difetti che potrebbero essere considerati “congeniti” a tale regime, che li ha in sé in nuce, fin dall’origine, e su cui da secoli si interrogano gli studiosi. Ne ricordo velocemente quattro:

  • La corruzione
L’Assemblea generale dell’Onu è il più rappresentativo organo istituzionale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. È composto dai rappresentanti di tutti gli stati aderenti alle Nazioni Unite, ossia tutte le nazioni del mondo ad esclusione di alcune. La prima sessione si tenne il 10 gennaio 1946 nella Westminster Central Hall a Londra ed era composta dai rappresentanti di 51 Stati.

L’Assemblea generale dell’Onu è il più rappresentativo organo istituzionale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. È composto dai rappresentanti di tutti gli stati aderenti alle Nazioni Unite, ossia tutte le nazioni del mondo ad esclusione di alcune. La prima sessione si tenne il 10 gennaio 1946 nella Westminster Central Hall a Londra ed era composta dai rappresentanti di 51 Stati.

Naturalmente è bene precisare che la corruzione è un fenomeno universale, presente in ogni forma di Stato, certo non solo in quella democratica. Quest’ultimo regime, anzi, presenta degli anti-corpi (trasparenza pubblica del “mercato” politico) che, se non costituiscono un antidoto, quanto meno ne attenuano i difetti. Ma proprio la stretta relazione fra domanda sociale ed offerta politica – tipica del processo democratico: il c.d. “scambio politico” – anche senza scomodare gli studi sul clientelismo, rischia sempre di essere inquinata. Il vertiginoso aumento della spesa pubblica durante la c.d. “prima Repubblica” e l’attuale, mostruoso debito pubblico italiano ne sono eloquenti testimonianze.

  • Il rischio di tirannia della maggioranza

Da nessuna parte sta scritto che ciò che decide il maggior numero sia, per ciò stesso, “giusto” e ciononostante affidiamo buona parte delle nostre scelte alla volontà dei più. Sappiamo tutti molto bene che non è vero, insomma, che vox populi sia vox dei, ma accettiamo – n.b.: quasi sempre – la decisione della maggioranza. L’esperienza storica ci dice, invece, che spesso è vero il contrario: la maiorpars – che in democrazia decide – non necessariamente è la meliorpars (G. Sartori). Per fortuna, la presenza delle Costituzioni, e quindi di valori superiori cui anche il popolo s’inchina (c.d. auto-limitazione del sovrano), è una prima, importante garanzia contro il rischio della tirannia della maggioranza, ma chiaramente – da sola – si è rivelata storicamente insufficiente a evitare l’assunzione di decisioni democratiche sbagliate, dannose, pericolose, auto-distruttive. È così forte il mito “democratico” che, in astratta teoria e di fatto, si potrebbe decidere democraticamente persino di rinunciare anche…alla democrazia.

  • L’opposto paradosso del governo reale della minoranza

Al timore di una “tirannia della maggioranza” paradossalmente fa da pendant il fatto, opposto, che, in realtà, spesso a decidere è invece solo una “minoranza” attiva dei cittadini. Porre rimedi a quest’anomalia non è facile.
Innanzitutto è impossibile, almeno giuridicamente, impedire il fenomeno dell’astensionismo elettorale: il voto, infatti, è solo un «dovere civico». Ma pure se diventasse un vero e proprio “obbligo giuridico”, i cittadini forse non si asterrebbero dal voto, ma potrebbero sempre astenersi nel voto (votando scheda bianca o nulla). Realisticamente, quindi, il “dovere” di voto si accompagna al “diritto” all’astensione.
In secondo luogo, anche laddove la maggioranza dei cittadini decida di votare, non è chiara la forzae la portatareale di tale decisione.
Il recente caso inglese della Brexit è emblematico: al di là del fatto che si trattasse di un referendum consultivo, il voto ha spaccato il Regno Unito e sembra abbia fatto prevalere, da un punto di vista sociologico, la volontà di una minoranza (di vecchi ignoranti favorevoli: il 58 % degli ultrasessantacinquenni) rispetto alla maggioranza (di giovani colti contrari: il 64 % dei cittadini fra i 18 e 24 anni).

Il Parlamento europeo svolge una funzione di controllo ed è l’unica istituzione europea a essere eletta direttamente dai suoi cittadini. Insieme al Consiglio dell’Unione europea, costituisce una delle due camere che esercitano il potere legislativo nell’Unione

Il Parlamento europeo svolge una funzione di controllo ed è l’unica istituzione europea a essere eletta direttamente dai suoi cittadini. Insieme al Consiglio dell’Unione europea, costituisce una delle due camere che esercitano il potere legislativo nell’Unione

Infatti – posta una buona affluenza elettorale (72,2 %) e dunque, anche apparentemente superato il problema giuridico dell’astensione – solo il 51,9 % dei britannici votanti ha scelto la Brexit (a differenza dei contrari: 48,1 %), ossia di fatto una minoranza degli aventi diritto (il 37,4 %). In ogni caso, una decisione così esiziale per un Paese è stata presa con il risibile scarto del 2 % fra favorevoli e contrari: e sappiamo tutti molto bene che, rivotando dopo poco tempo, forse il rapporto (e lo scarto) si potrebbero invertire. Ciò conferma la drammatica aleatorietà e provvisorietà delle scelte c.d. democratiche. Non a caso, in seguito, più di 4 milioni di elettori britannici hanno firmato, inutilmente, una petizione per indire un secondo referendum ed è stato accolto il ricorso presentato all’Alta Corte di Londra perché il Parlamento sia coinvolto nella scelta dell’attuale Premier, Teresa May, di applicare l’art. 50 del TUE per l’uscita del paese dall’UE.
Qualcuno potrebbe dire che, questa, è appunto la democrazia – almeno la democrazia come siamo abituati ad intenderla nella prassi di tutti i giorni – ma ciò non toglie che la semplice percezione del fatto che in realtà sia una “minoranza” a decidere lascia l’amaro in bocca.
Si noti bene: il delicato, e apparentemente insolubile, problema che qui si solleva ha carattere generale, riguarda sia il voto deliberativo che elettivo e, in quest’ultimo caso, tocca sia la “rappresentatività politologica” (si pensi al Presidente francese François Hollande che nei sondaggi ormai ha meno del 20 % dei consensi), che la “rappresentanza giuridica” (si pensi, per esempio, al caso del Presidente USA Barack Obama, eletto dal 34 % degli aventi diritto: il 52 % per lui, sul 62 % dei votanti). Per non parlare di quelle che possono essere considerate le “anomalie” dei sistemi elettorali, che spesso assegnano più seggi alle forze politiche che hanno avuto meno voti (com’è accaduto, con il plurality inglese, ora a favore dei laburisti ora dei conservatori) o che fanno eleggere il candidato che ha ricevuto meno voti popolari, ma più grandielettori (com’è accaduto negli USA 5 volte dal 1804 a oggi: in questo secolo, nel 2000, fra Al Gore e George W. Bush e, ora, nel 2016 fra Hillary Clinton, che ha avuto il 47,7 % dei voti contro il 47,3 % di Donald Trump)
Certo, le “regole del gioco” democratico – buone o cattive che siano – sono convenzioni e, una volta accettate preventivamente, vanno poi sempre rispettate, ma è difficile non porsi il problema di quanto tali regole siano effettivamente “democratiche”. Insomma, per quanto possa sembrare strano, per avere una buona (o migliore) democrazia, talvolta serve qualche regola costituzionale in più e qualche decisionepopolare in meno: per esempio regole più rigorose sulla candidabilità riducono il rischio di avere governanti inadeguati (e, in questo caso, non occorre fare esempi: c’è solo l’imbarazzo della scelta).

4) Il respiro temporale corto della democrazia

gionale - repubblica italiaIl tempo della democrazia può essere considerato troppo breve, perché i governanti – mirando, di fatto, ad adeguarsi “di continuo” al consenso dei governati (recepito attraverso manifestazioni della pubblica opinione: stampa, sondaggi, ecc.) – hanno difficoltà a perseguire obiettivi di ampio respiro. Per questo, troppo spesso, gli obiettivi che il potere democratico ha sono di breve o addirittura di brevissimo periodo. Quando va bene, una legislatura politica dura, di solito, 4 o 5 anni ed è sempre inframmezzata da molte elezioni amministrative: tutti appuntamenti elettorali che confermano, o smentiscono, il trend della maggioranza di governo e a cui, di solito, vengono subordinate le scelte politiche che invece dovrebbero guardare lontano ed esser slegate dagli interessi strettamente contingenti dell’opinione pubblica, cui bisogna dare risultati visibili/percepibili nel brevissimo o breve periodo, sempre che si voglia essere “rieletti”.
La differenza fra il semplice politico e l’autentico statista si basa essenzialmente proprio sulla diversa percezione “spaziale” degli interessi (di parte/generali) e sulla diversa misura del “tempo” (breve/lungo) che hanno le due figure politiche.
Un’analisi storica che vada ben oltre l’età moderna e contemporanea porta a comprendere subito che il tempo “degli antichi” era diverso, e ben più lungo, dal tempo dei “moderni”, che invece è brevissimo. Per esempio, oggi, persino le abitazioni antisismiche vanno periodicamente, dopo alcuni decenni, “ristrutturate”, se non addirittura ricostruite, mentre l’anfiteatro Flavio (Colosseo) è ancora intatto, dopo quasi venti secoli! Gli antichi progettavano per tempi lunghi, noi per tempi brevi, anzi brevissimi, fino al meccanismo consumistico, tutto contemporaneo, dell’“usa e getta”.
Per la verità, le Costituzioni cercano di “attenuare” anche questo difetto congenito della democrazia, appunto attraverso l’indicazione di obiettivi di lungo periodo nelle Carte (c.d. Costituzioni-programma), che dovrebbero essere vincolanti nel tempo per la classe politica ed in particolare per il legislatore. Ma la realtà, purtroppo, è diversa: con una metafora potrebbe dirsi che le Costituzioni auspicano grasse galline per tutti “domani”, mentre i legislatori preferiscono dare piccole uova ai propri elettori “oggi”.
In particolare l’“elettore medio” non è, di solito, adeguatamente informato ed in grado di costruire e immaginare un futuro lontano, di comprendere un progetto che dura molto nel tempo, che può comportare sacrifici oggi ma risultati positivi importanti e durevoli nel futuro. Per questo, scelte politiche democraticissime possono rivelarsi ben poco lungimiranti, in quanto condizionate da pulsioni contingenti, ignoranza e incompetenza. Per converso, si sa, “conoscenza” e “competenza” quasi sempre sono appannaggio di minoranze qualificate.
In breve, il tempo corto della democrazia rende difficile coniugare “quantità” (consenso popolare) e “qualità” (fondazione razionale, ma forse sarebbe più giusto dire ragionevole, della decisione politica).
Si tratta di problemi antichi, insoluti e forse insolubili. Ma mi fermo qui, per ora, per non stancare troppo il lettore. Il pezzo del mese prossimo cercherà di analizzare i limiti più attuali e i rischi futuri che corrono le nostre democrazie costituzionali contemporanee.

(Antonino Spadaro è docente di diritto costituzionale presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria)

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