I “cent’anni di solitudine” di Giuseppe Berto. Storia di un intellettuale ostracizzato dalla critica militante

Chi era Giuseppe Berto che scelse la Calabria per vivere e dove farsi seppellire? Una personalità di sicuro non accomodante per la critica legata mani e piedi al sistema. Diceva quel che pensava e spesso pensava contro.

Antonio D’Orrico (critico letterario di “Sette”, settimanale del Corriere della Sera) e Cesare De Michelis (critico letterario, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Padova, direttore della rivista “Studi novecenteschi” e presidente della casa editrice “Marsilio”).

Antonio D’Orrico (critico letterario di “Sette”, settimanale del Corriere della Sera) e Cesare De Michelis (critico letterario, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Padova, direttore della rivista “Studi novecenteschi” e presidente della casa editrice “Marsilio”).

Perciò intorno a quest’intellettuale scomodo si è potuto consolidare un secolo di silenzio. L’autore di un libro complesso, che implica nevrosi e lunghe introspezioni prive di segni d’interpunzione, ma anche lo scrittore dei “Colloqui col cane” pubblicato postumo. Riflessivo e preso dai suoi affanni ma, insieme, un uomo  innamorato della vita, entusiasta della bellezza e dei paesaggi, al punto da anticipare critiche tuttora efficaci sul modello di sviluppo che ha soppiantato, nel Mezzogiorno in particolare, la civiltà contadina. A sviscerare la personalità di uno scrittore “difficile” e anticonformista come Giuseppe Berto (1914-1978) è toccato ad  Antonio D’Orrico, critico letterario di “Sette” ed a Cesare De Michelis, critico letterario, docente di letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Padova, direttore della rivista “Studi novecenteschi” e presidente della casa editrice “Marsilio”. Luogo della coinvolgente conversazione il Salone del libro di Torino, in coincidenza con i 100 anni dalla nascita di Berto. Una conversazione che ha fornito elementi di comprensione e nuovi spunti interpretativi dai quali prendere le mosse per collocare la figura di Berto e il suo lavoro in un contesto geografico e letterario più ampio. America, 1964. Saul Bellow dà alle stampe “Herzog”, un romanzo epistolare che, attraverso l’analisi profonda dei processi mentali, porta allo scoperto le angosce esistenziali di un intellettuale in piena crisi di mezz’età. È il capolavoro dello scrittore canadese naturalizzato statunitense premio Nobel per la letteratura.
“In quell’anno, la letteratura neorealista italiana si pone, per la prima volta, all’altezza di quella americana” sostiene il critico letterario Antonio D’Orrico.
Per Antonio D’Orrico, critico letterario: “Berto è stato ostracizzato e troppo facilmente etichettato come uno scrittore vetusto e reazionario”.

Saul Bellow, scrittore canadese naturalizzato statunitense, Premio Nobel per la letteratura nel 1976.

Saul Bellow, scrittore canadese naturalizzato statunitense, Premio Nobel per la letteratura nel 1976.

Nell’Italia letteraria degli imperativi politici, in cui gran parte degli scrittori del dopoguerra mette a disposizione il proprio sapere per un progetto pedagogico di trasformazione della società (comprensibile ambizione all’indomani della disastrosa guerra mondiale e civile), numerosi testi letterari (con notevoli eccezioni) finiscono per coincidere con la propaganda del partito comunista, spazzando via ogni intento avanguardistico per lasciare spazio alla politicizzazione della scrittura. Un aut aut per gli intellettuali, in gran parte ex partigiani: mettere a fuoco la realtà senza sfumatura alcuna per denunciare i mali del presente e chiamare il popolo ad una strenua partecipazione, affinché quegli atroci fatti non si ripetano più, oppure seguire la strada solitaria dell’artista disimpegnato perseguendo il fine puramente letterario. Dunque, in questa Italia letteraria soffocata dalle contingenze sociali e politiche, c’è chi non casca nella trappola del neorealismo, stravolgendo stili e contenuti tanto da conferire alla letteratura italiana un valore aggiunto. Non è la neoavanguardia che solo un anno prima, con il Gruppo ’63, aveva disprezzato i canoni tradizionali della letteratura italiana proponendo una sperimentazione formale e contenutistica, ma è qualcuno che, afferma D’Orrico, la neoavanguardia l’ha annientata.
Giuseppe Berto, nato a Mogliano Veneto nel 1914, sceneggiatore a Roma per circa vent’anni (dove muore nel 1978) e sepolto a San Nicola di Ricadi, è l’autore de “Il male oscuro”, esaltato da Gadda, lodato da Hemingway e salutato dalla “New York Review of Books” come unico libro italiano d’avanguardia. Guai a definirlo successo: Berto aspira alla gloria (“per la gloria in fondo avevo sempre lottato fin da quando ero venuto al mondo”).

Antonio D’Orrico (critico letterario di “Sette”, il settimanale del Corriere della Sera)

Antonio D’Orrico (critico letterario di “Sette”, il settimanale del Corriere della Sera)

Il successo lo lascia ai “liberali che si sono fatti radicali” e ai “migliori liberali che sono rimasti liberali ma di sinistra”, da cui egli si sente “isolato e quanto mai fiero di esserlo”. Nota è la sua straordinaria capacità di mettersi contro tutto e tutti, “fuori da ogni corrente, obbligato dalla sua disarmante sincerità a rimanere libero per poter obbedire alla sua onestà intellettuale” asserisce Domenico Porzio, suo amico e critico letterario. Non a caso “Cent’anni di solitudine” è il titolo dell’omaggio dedicato all’autore de “Il male oscuro” da Antonio D’Orrico e Cesare De Michelis (editore e critico letterario) al Salone internazionale del libro di Torino in occasione del centenario della nascita dello scrittore veneto.
Fuori da quell’ambiente più mondano che letterario, Berto si tira fuori dalla cerchia di persone che “avevano più fama e fortuna di quanto si meritassero, troppo impegnate nel farsi pubblicità, nel darsi premi, nel dedicarsi saggi e critiche in sommo grado encomiastici, nel raccomandarsi l’un l’altro presso editori e direttori di giornali” (Il male oscuro, Bur).
Disprezzo ricambiato: “Il male oscuro”, come ricorda Carlo Emilio Gadda nell’introduzione al capolavoro bertiano, è stato sì accolto con favore di pubblico vincendo, a distanza di una settimana, il Viareggio e il Campiello, ma, spiega D’Orrico, “Berto è stato ostracizzato e troppo facilmente etichettato come uno scrittore vetusto e reazionario”. Invero, la critica “impegnata” del secondo dopoguerra è talmente indaffarata nel giudicare gli scrittori secondo canoni politico-ideologici da  ignorare uno dei capolavori del ’900 letterario. E cela la propria avversione nei confronti di uno scrittore che a quattro anni dalla pubblicazione del romanzo “Il brigante” dà alle stampe “Guerra in camicia nera” dietro una frivola considerazione: Giuseppe  Berto intorno alla calabria“Mediocre perché soltanto i mediocri possono piacere al grande pubblico”. Berto, dall’alto della sua imperturbabilità, definisce Alberto Moravia l’incarnazione di tutti quelli che lo perseguitavano, capo di una mafia intellettuale che voleva ostracizzarlo (“Mi indigna il suo strapotere, che io credo dannoso per l’Italia”).
“Il male oscuro”, al di là delle critiche e dell’ingiusto oblio, è un romanzo di straordinaria potenza: la nevrosi d’angoscia, quella “malattia sui generis” al limite dell’esaurimento nervoso, scivola voracemente nell’inconscio del lettore lasciando i segni del terrore psicologico. Un monologo autobiografico, compassionevole e minaccioso, che sorprende anche chi ne sembra immune: siamo tutti schiavi di “colpe oscure e infinite da scontare”, assaliti da “correnti di angoscia”, tutti vittime del male universale. Berto fa dalla lotta col padre, con sensi di colpa annessi, una metafora della condizione umana. Se, difatti, gran parte degli scrittori del ’900, chiosa De Michelis, vive per scrivere, Berto instaura un diverso rapporto con la letteratura: egli scrive “per raccontare la continua lotta dell’uomo contro il male universale nel vano tentativo di sconfiggerlo”. È un male irrazionale che Berto identifica con la guerra: “Il male universale – continua De Michelis – colpisce senza ragione, come quando per sbaglio una flotta aerea alleata bombardò Treviso radendo al suolo la città veneta mentre Berto era prigioniero in Texas. Eventi come questo hanno gettato le fondamenta per ‘Il cielo è rosso’, romanzo che narra le vicende di un gruppo di ragazzi abbandonati agli orrori della guerra. Con una straordinaria forza visionaria, aveva lavorato attorno al tema della guerra come Male”. È un male necessario e inevitabile, maturato ne “La gloria”, romanzo pubblicato pochi giorni prima della sua morte che offre un’inedita chiave di lettura del rapporto tra Gesù Cristo e Giuda Iscariota, quest’ultimo consapevole della necessità del tradimento, indispensabile per la morte, resurrezione e quindi redenzione dell’umanità dal peccato.

Cesare De Michelis, critico letterario, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Padova, direttore della rivista “Studi novecenteschi” e presidente della casa editrice “Marsilio”.

Cesare De Michelis, critico letterario, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Padova, direttore della rivista “Studi novecenteschi” e presidente della casa editrice “Marsilio”.

“Il dramma di Berto – esplicita De Michelis – e quindi anche il cuore della sua poetica è esistenziale: la vita è un disperato tentativo di combattere il ‘male universale’, come lui lo definiva, ed è disperato, perché condannato al fallimento certo, ma nel contempo necessario. L’uomo non è mai vincente, è compromesso per la sua stessa natura, eppure deve continuare a opporsi, è quanto di meglio possa fare”. Precisa, poi, qual è il peccato originario di cui si è macchiato Berto: “Fu il fatto di essere partito volontario per l’Africa e di aver partecipato alle guerre del fascismo dai 26 ai 36 anni. Quando quell’esperienza finì, anziché dichiarare come molti italiani che nessuno era stato fascista, lui disse: ‘siamo stati quasi tutti compromessi’. Ed è la consapevolezza del dissidio contenuto in questa posizione, appunto compromessa per via della natura umana, la fonte della disperazione e della determinazione a lottare che attraversa la sua opera”. La dissoluzione delle strutture narrative indurrebbe a definire “Il male oscuro” un romanzo psicanalitico, in cui il flusso di coscienza, avvalorato dalle teorie freudiane, permette di risalire alla radice della malattia nevrotica, annientandola. È un processo che Berto stesso espone nelle pagine del suo capolavoro: “E così uno rimane solo a meditare sulle proprie disgrazie cercando di capirci qualcosa ed è questo ciò che alla fin fine conforta, la persistenza di una pretesa di chiarificazione, ossia non tutto in me è perduto se sopravvive la voglia di vederci chiaro la quale è in un certo senso volontà di guarigione o perlomeno non totale abbandono alla malattia”. Ma, a detta di De Michelis, “Il male oscuro” è paradossalmente antipsicanalitico in quanto la psicanalisi non fa altro che occuparsi dei sintomi e dell’anamnesi, non offrendo gli strumenti necessari per affrontare quotidianamente il male universale (Berto, dopo due anni di psicanalisi, dirà: “Ho un sacco di fobie, sono quindi ancora malato e credo che non guarirò mai. Però sono guarito per quel tanto che volevo disperatamente guarire, ossia non ho più paura di scrivere”). Quella di Berto è una nevrosi a cui di certo non manca la vena umoristica che conferma i paradossi della sua vita. Commenta, infatti, D’Orrico: “Nonostante le medaglie al valore ed una solida carriera letteraria, Berto visse nella speranza di aprire un night nella sua amata Capo Vaticano”.

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