Nel cuore spirituale della Calabria. In silenzio da più di novecento anni…

Serra San Bruno con la sua Certosa è – insieme al Santuario di San Francesco, a Paola – il cuore spirituale della Calabria. Ma è un cuore nascosto, sotto ogni punto di vista. Si trova tra i boschi dell’altopiano che congiunge Aspromonte e Sila e i monaci che lo abitano hanno scelto di farsi invisibili. Non una fuga dal mondo, come spesso si considera; piuttosto il desiderio di appartenervi in modo diverso e più profondo. Neanche il sale si vede ma il cibo senza di esso non avrebbe sapore; e così il lievito, che in sé non è nulla eppure fermenta la massa. Questa è la ricetta del Vangelo, l’unica seguita dai certosini da più di novecento anni.
Loro sono sempre lì, aldilà del muro della clausura, ultimi e immacolati custodi della primazia dello spirito. E noi, di qua, dobbiamo esserne consapevoli e non dimenticarcene. Ben venga, allora, il libro di Vincenzo Malacrinò, che con le sue pagine ci fa capire il filo conduttore della spiritualità certosina, del monaco che immerso nella preghiera è immerso nel cuore di Dio. Uomini colti nel vivo della loro vita contemplativa, attraverso gli scatti fotografici e la narrazione che fissano ogni momento, dall’alba alla notte riempita di preghiere.
Conosco l’autore dai tempi della sua tesi di dottorato di ricerca in Ingegneria Agroforestale e dell’Ambiente, dedicata agli antichi mulini ad acqua della Piana di Gioia Tauro, un’archeologia industriale che testimonia di attività produttive in perfetta simbiosi con le caratteristiche naturali del territorio. La tesi fu un esempio di come, attraverso lo studio, si possa riportare l’attenzione (scientifica, ma di conseguenza anche civica e “politica”) sul patrimonio ambientale e archeologico calabrese. Coerente con quei principi, Malacrinò ci offre adesso un lavoro per tener desta l’attenzione su un’altra ricchezza, immateriale stavolta, ma non meno importante. Perché la nostra Regione ha bisogno dell’apporto spirituale – e, in senso più ampio, culturale – dei monaci che hanno deciso di radicarsi qui per sempre, sulle orme di Bruno, il santo che attraversò l’Europa, migrante all’incontrario che dal Nord ricco e sviluppato si fermò quaggiù, innamorato della natura e della quiete che si poteva godere.
La pubblicazione di Malacrinò mi riporta all’esperienza che ho vissuto io stesso diversi anni fa nella Certosa di Serra San Bruno, ospite dei monaci insieme a due colleghi della troupe del Tg2. Ho riconosciuto alcuni dei monaci di quel luogo, che considero ormai miei amici, anzi veri fratelli. Trascorremmo diversi giorni in clausura, vivendo con loro, anzi come loro, e realizzammo un reportage televisivo, I solitari di Dio, poi proposto anche sotto forma di libro-dvd (ERI-Rubbettino). La distanza e la mancanza di occasioni di incontro diretto non contano quando il legame è sul piano trascendente. La preghiera è ciò che lega questi uomini al mondo, proprio mentre in apparenza li separa. Lontani da tutto, uniti a tutti.
Quel senso di salutare spoliazione dalle preoccupazioni superflue che ha provato Vincenzo, fu la stessa che provai io allora. Chi è immerso negli affanni del mondo e attraversa la soglia di una certosa è come un astronauta che lascia la crosta terrestre e si proietta nello spazio, dove la mancanza di gravità rende leggeri e liberi dal peso delle membra.
La curiosità – il desiderio – che ha spinto Vincenzo Malacrinò, e me prima di lui e tanti altri prima di noi (basti ricordare scrittori come Leonardo Sciascia o giornalisti come Ettore Mo) a salire tra i boschi delle Serre per incontrare i monaci vestiti di bianco, è la stessa che hanno tutti gli uomini e le donne di questo tempo, poiché dietro la scorza dell’immanentismo consumista giace un desiderio di assoluto tanto forte quanto inappagato.
Inutile, però, pretendere risposte. Una volta un uomo chiese a un monaco eremita: «Dimmi una parola, tu che sei saggio». «Se parlo – rispose l’eremita – rompo il silenzio, che è il mio linguaggio; e se mi chiedi di rompere il silenzio vuol dire che non puoi capire il mio messaggio».
Bisogna accontentiamoci di osservare o – come in questo caso – di leggere. E, se abbiamo la fede per rivolgerci a Dio, facciamolo con la stesse parole di Saint-Exupéry: «Signore, quando un giorno riporrai nel granaio la tua Creazione, spalancaci le porte e facci penetrare là dove non ci verrà più risposto, perché non ci sarà più alcuna risposta da dare, ma solo la beatitudine, soluzione di ogni domanda e volto che appaga».

FacebookTwitterGoogle+EmailLinkedInPinterest

I commenti sono chiusi.