Dai “paesaggi dell’anima” delle Langhe al confino calabrese l’“urlo” di Cesare Pavese affascina le nuove generazioni

A colloquio con Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo (dove lo scrittore nacque): “Il periodo trascorso a Brancaleone calabro fu per Pavese molto importante: iniziò a scrivere Il Mestiere di vivere e si confrontò per la prima volta con quella cultura mediterranea che sarà alla base della sua elaborazione della teoria del Mito. Si pensi alla poesia Lo steddazzu” .

Pierluigi Vaccaneo

Vaccaneo spiega il  fecondo legame tra la “mediterraneità calabrese” e la nascita di una nuova poetica nell’officina di quello scrittore “confinato esistenzialmente” che continua ad affascinare le nuove generazioni. Inutili pettegolezzi sulla figura umana e ricerca letteraria ancora troppo poco profonda: “Su Pavese si è detto molto, sempre però portando troppa attenzione al dato biografico ed escludendo un’esclusiva analisi testuale delle sue opere. Un’analisi esclusivamente focalizzata sul testo, prendendo in considerazione sviluppo della lingua, sperimentazione, influenze, potrebbe essere un buon punto di partenza per una rivalutazione importante dell’opera” La casa natale, il Museo Laboratorio dell’amico Nuto, le sue spoglie  (nel 2002 trasferite dal cimitero monumentale di Torino a quello di Santo Stefano Belbo), la Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo (dove fu battezzato Pavese, oggi sconsacrata): la Fondazione Cesare Pavese da anni onora la memoria dello scrittore langarolo con affascinanti percorsi pavesiani, un premio letterario, un Festival (rassegna di arte, musica, cinema, teatro), mostre ed esposizioni, attività di formazione e un progetto di riscrittura su Twitter. Commenta Vaccaneo : “Con queste nuove modalità espressive, basate sul coinvolgimento diretto e pieno della comunità, la Fondazione Cesare Pavese è uscita dalle teche impolverate del proprio museo, per collocarsi nell’unico luogo dove la cultura deve stare: tra la gente.”

 A Santo Stefano Belbo, Cesare Pavese è nato nel 1908. C’è vissuto per poco tempo,  poi si è trasferito a Torino, ha studiato, lavorato, è stato al confino in Calabria dal 1935 al 1936, è rientrato, è stato a Roma a dirigere l’Einaudi, insomma si è immerso nella vita italiana, americana, ha avuto decine di relazioni culturali e personali. Perché, dunque, Santo Stefano Belbo rimane, a suo avviso, così importante per lo scrittore?

Innanzi tutto una precisazione: Pavese visse a Santo Stefano Belbo interamente un anno soltanto, nel 1914, quando frequentò la prima elementare (la sorella era malata di tifo e i genitori tennero i bambini separati per evitare il contagio). La famiglia Pavese, originaria di Santo Stefano Belbo, frequentava il paese nel corso delle vacanze estive fino a quando non venne venduta la casa (nel 1916 dopo la morte del padre) e fu  acquistata una nuova residenza sulle colline di Reaglie, nel torinese. Da allora Pavese frequentò Santo Stefano Belbo per brevi periodi e, nonostante queste visite salutarie, le Langhe rimasero per lui una ricchissima fonte di temi e contenuti fondanti la sua opera. Le colline “dai verdi misteri” sono per Pavese delle allegorie, attraverso le quali lo scrittore riesce ad indagare il proprio animo alla ricerca della propria verità interiore. Le Langhe sono il paesaggio dell’anima e del selvaggio in cui lo scrittore trova i miti funzionali all’indagine dei grandi temi dell’umanità e quindi di se stesso. Anche l’America, mai raggiunta ma sempre letta nei libri degli autori tradotti, rappresenta per Pavese un polo di attrazione linguistico e contenutistico, attraverso il quale l’autore trova una voce per il suo “urlo” esistenziale e un metodo per la sua sperimentazione linguistica che lo porta a creare uno strumento che sia caratterizzato dalla sintesi tipica dello slang americano e dalla ricchezza semantica del dialetto.

Quali sono i luoghi pavesiani delle Langhe che un appassionato di Pavese non può assolutamente perdersi?

A parte i consueti luoghi di Santo Stefano Belbo, ovvero la casa Natale, il Museo Laboratorio di Nuto, la Fondazione Cesare Pavese, la Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo e il cimitero, la cosa più bella da fare in Langa è perdersi, godendo del paesaggio collinare in ogni sua declinazione stagionale. L’inverno con la sua atmosfera intimista e riflessiva, la primavera con i profumi di una nuova rinascita, l’estate con il trionfo della natura e l’autunno cromaticamente affascinante. Oltre agli spazi paesaggistici, i luoghi pavesiani, tutti visitabili, contengono la storia dello scrittore attraverso diverse tappe tematiche. La Casa Natale custodisce la memoria della famiglia Pavese: oggetti, libri, immagini, le sue stanze ornate con le opere che il Cepam ogni anno raccoglie attraverso i vari premi di pittura, scultura e letteratura. La Casa Museo di Nuto è la casa-laboratorio di Pinolo Scaglione, il Nuto de “La luna e i falò”, allestita nel 2008, anno del centeario della nascita dello scrittore, in cui attraverso un percorso interattivo si entra nella vita della falegnameria in cui Pinolo costruiva le famose bigonce (utilizzate per raccogliere l’uva nel periodo della vendemmia) e il fratello liutaio preparava pregiati strumenti musicali. In una seconda stanza, accompagnati dal suono del clarinetto di Pinolo, ci si lascia avvolgere dalla vita privata di Nuto e dalla sua amicizia con lo scrittore attraverso immagini, fotografie, testi, documenti e oggetti personali. La Fondazione Cesare Pavese, che ha sede nella parte antica del paese ed è composta dalla medioevale Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo (dove fu battezzato Pavese, oggi è però sconsacrata) e dall’ex edificio ottocentesco in cui trovano spazio gli uffici dell’ente e un Museo dedicato allo scrittore con i suoi testi, alcune copie di manoscritti, molti libri personali, la penna, le pipe e gli occhiali. Il Museo della Fondazione custodisce anche la copia originale dei “Dialoghi con Leucò” su cui lo scrittore ha tracciato l’ultimo messaggio prima di togliersi la vita: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi” A Santo Stefano Belbo è anche possibile rendere omaggio alle spoglie dello scrittore trasferite, nel 2002, dal cimitero monumentale di Torino a quello del paese. Oggi Pavese riposa sotto la sua luna, riscaldato dai suoi falò.

È sbagliato affermare che Santo Stefano Belbo per Pavese si identifica con Nuto (il personaggio di cui parla ne “La luna e i falò”), il suo Virgilio delle Langhe verso cui accorre ogni volta che sente la nostalgia dei suoi luoghi?

Dedica di Cesare Pavese a Nuto su La luna e i falò

Giuseppe Scaglione, il Nuto de “La luna e i falò”, rappresenta per Pavese un punto di riferimento fondamentale per la sua crezione artistica. Nuto, oltre ad essere un grande amico dello scrittore, è anche un grande conoscitore di storie e di fatti legati alla vita quotidiana della valle: temi che andranno a confluire nei romanzi, suscitando anche malumori tra quelli che si riconoscevano nei personaggi inventati dallo scrittore. La solida amicizia tra Nuto e Pavese è nata in tenera età (tra i due corrono 8 anni: Pavese era del 1908 e Nuto del 1900); Giuseppe (Pinolo) per Pavese è una guida e un modello. Ne “La luna e i falò” il rapporto tra Nuto e Anguilla è forte e rispecchia in pieno quello tra lo scrittore e il falegname: Nuto è una guida e un modello di vita che si avvicina all’animo stratificato e complesso dello scrittore grazie ad una grande sensibilità e ad un’apertura mentale inconsueta per un paese di provincia di inizio secolo scorso.

Le iniziative del Centro studi (istiuito dall’Amministrazione comunale di S.Stefano Belbo nel 1977) e della Fondazione Cesare Pavese nata da pochi anni, sono state innumerevoli. Vuole ricordare le più significative?

L’attività della Fondazione Cesare Pavese sono diversificate e si concentrano in quattro ambiti di intervento: organizzazione eventi e manifestazioni, incoming, formazione e comunicazione. Tra gli eventi di spicco si segnalano il Pavese Festival, rassegna di arte, musica, cinema, teatro che dal 2000 porta sulle colline amate dallo scrittore spettacoli di grandi artisti della scena italiana; il Premio letterario Cesare Pavese, giunto alla 33esima edizione (organizzato dal Cepma) e le numerose mostre ed esposizioni allestite, nel corso dell’anno, nell’auditorium della Fondazione.
A queste attività si associa quella di incoming turistico: i luoghi pavesiani rappresentano un richiamo potente per il turismo, non solo letterario, di tutto il mondo. Migliaia di visitatori, soprattutto stranieri (le opere di Pavese sono tradotte nella gran parte delle lingue parlate), ogni anno visitano le Langhe alla ricerca delle allegorie tracciate dallo scrittore e dei “verdi misteri” che abitano le colline.
Le attività di formazione si concentrano nella parte autunnale dell’anno con la Summer school, un format, sviluppato in collaborazione con l’Università del Piemonte Orientale, attraverso il quale i migliori studenti del Master di Economia del Turismo dell’Ateneo piemontese, trascorrono una settimana a Santo Stefano Belbo per conoscere da vicino le dinamiche organizzative e gestionali alla base dello sviluppo economico del territorio incontrando i più importanti attori nella filiera culturale e turistica. L’attività di comunicazione è quella che ha permesso alla Fondazione Cesare Pavese di attualizzare la diffusione del proprio messaggio, sfruttando e cavalcando quelle che sono oggi le nuove opportunità fornite dalla rivoluzione digitale.

C’è stata qualche iniziativa realizzata assieme al borgo calabrese dove Pavese ha trascorso sette mesi di confino o con qualche istituzione culturale calabrese?

Cesare Pavese con Doris Dowling

I contatti con Brancaleone calabro sono sempre attuali e cordiali. Nel 2000, anno del 50esimo anniversario della morte, vennero realizzate alcune iniziative legate alla Biblioteca del paese calabrese, dedicata alla memoria dello scrittore. Il periodo trascorso a Brancaleone fu per Pavese molto importante: iniziò a scrivere il Mestiere di vivere, il suo personale diario, e si confrontò per la prima volta con quella cultura mediterranea che sarà alla base della sua elaborazione della teoria del Mito, caratteristica delle sue ultime opere e protagonista nei “Dialoghi con Leucò”, volume ritenuto dallo scrittore come il più importante della sua elaborazione artistica.

La Fondazione, che coopera con la Regione Piemonte, ha anche un comitato scientifico che collabora con l’Università e gli esperti di Pavese: quali sono gli aspetti letterari dell’opera di Pavese che sono rimasti ancora non del tutto esplorati o meritevoli di ulteriore attenzione?

Su Pavese si è detto molto, sempre però portando troppa attenzione al dato biografico ed escludendo un’esclusiva analisi testuale delle sue opere. Forse la critica non ha mai seguito quanto Pavese disse nel suo ultimo messaggio: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi” La critica, probabilmente, non ha mai perdonato a Pavese il fatto di essersi suicidato, concentrando la propria attenzione sulle motivazioni che lo hanno portato al tragico gesto, dimenticando la grande ricerca linguistica che Pavese fece sul suo strumento comunicativo. Una prospettiva sbagliata che spesso viene utilizzata nel nostro Paese, (pensiamo a quanto successo con Pasolini) che non onora lo scrittore e crea inutili (troppi appunto) pettegolezzi attorno alla figura umana di Pavese. Un’analisi esclusivamente focalizzata sul testo, prendendo in considerazione sviluppo della lingua, sperimentazione, influenze, potrebbe essere un buon punto di partenza per una rivalutazione importante dell’opera.

Lei è il direttore dell’istituzione più rappresentativa di uno tra gli scrittori italiani più interessanti,  s’è fatta un’idea precisa sul suicidio di Pavese?

Non potremo mai conoscere le cause di un gesto tanto personale, intimo ed estremo come il suicidio. Ritornando alla domanda precedente credo si possa semplicemente rispettare una scelta coraggiosa, umana e coerente con la personale “costruzione del sé”.

L’edizione 2013 del “Pavese Festival” è stata dedicata al Mito dei “Dialoghi con Leucò”, l’opera più importante per lo scrittore a cui la Fondazione Cesare Pavese ha dedicato il progetto di riscrittura su Twitter #Leucò, considerato un innovativo modello di divulgazione culturale.  Ci spiega di cosa si tratta?

Pierluigi Vaccaneo

Con le sperimentazioni che la Fondazione ha avviato nel 2012 assieme ad Hassan Bogdan Pautas e Paolo Costa, si è aperta una nuova era all’interno dell’attività dell’ente che, in un periodo di profonda crisi in cui versa l’economia, soprattutto culturale, italiana e internazionale, ha voluto pionieristicamente e coraggiosamente, cambiare pelle e cercare nuove vie, nuove opportunità, per assolvere il proprio dovere di promotore culturale. Sono nati #LunaFalò e #Leucò, progetti di riscrittura, in comunità, delle relative opere di Cesare Pavese e successivamente #PaesiTuoi, un modo per raccontare il territorio attraverso l’ormai consueto modello comunicativo formalizzato sulle metriche di Twitter. Con queste nuove modalità espressive, basate sul coinvolgimento diretto e pieno della comunità, la Fondazione Cesare Pavese è uscita dalle teche impolverate del proprio museo, per collocarsi nell’unico luogo dove la cultura deve stare: tra la gente. Un’innovazione che ha scardinato le vecchie dinamiche divulgative, premiando i contemporanei sistemi di comunicazione e posizionandosi in prima linea verso il futuro e le nuove generazioni. Un percorso che ha generato grande attenzione da parte di media e di tutti gli enti omologhi alla Fondazione Cesare Pavese, anche essi alla ricerca di rinnovate strategie di sviluppo e comunicazione dei propri contenuti. Il clamore suscitato dall’operazione (attualmente, oltre alle numerose presentazioni dell’esperienza in Italia e all’estero, sono in corso di stesura alcune tesi di laurea sul progetto) ha generato anche forti polemiche da parte di quelle istituzioni incapaci di rinnovarsi e miopi di fronte ad un epocale cambiamento che muterà dal profondo il nostro modo di intendere, produrre e fruire il sapere. Andare verso questo cambiamento significherà innovare senza mai allontanarsi da quello che vedremo essere l’esempio di Pavese, restando nel solco della sua, per l’epoca in cui venne proposta, potente sperimentazione linguistica finalizzata alla ricerca e alla creazione di un nuovo strumento comunicativo, mutuato dall’esempio degli americani tradotti e amati. La Fondazione con il progetto #Leucò ha tentato di attuare questo processo: ha percorso la strada dell’innovazione e della sperimentazione, rimanendo fedele alla propria essenza di divulgatore culturale “alto” ma sfruttando le peculiarità di Twitter (su tutte la sintesi dei 140 caratteri) per veicolare in modo creativo il messaggio dello scrittore e quindi cercare di proporre cultura orizzontalmente, espandendosi verso la massa, e non verticalmente, dall’alto al basso. L’intento di #Leucò è stato quello di dar vita ad un nuovo “protestantesimo del discorso”, un gioco di rielaborazione del vecchio sistema comunicativo, attraverso le caratteristiche e le potenzialità dell’opera più conosciuta, letta e tradotta di Pavese. Una ri-scrittura durata tre mesi (rielaborazione in 140 caratteri di un dialogo del romanzo ogni tre giorni) che ha generato una viva comunità (oggi sono più di 3000 gli utenti unici, su tutto il territorio nazionale, che partecipano alle riscritture) legata da una diacronica esperienza di creatività collettiva vissuta sincronicamente in un nuovo romanzo globale. #Leucò e le sperimentazioni di www.twitteratura.it cosa sono state? O meglio cosa hanno fatto? Il risultato più interessante è stato quello di riproporre, attraverso l’obiettivo primigenio di ri-scrittura, un’attenta e approfondita ri-lettura in chiave social dell’opera di Pavese. Leggere, ogni tre giorni, un breve dialogo dell’opera per rielaborarlo e farlo star dentro ai canoni sintetici di twitter, ha significato doverne cogliere a fondo la valenza contenutistica e allegorica, ha significato fare quello che poche volte, nei confronti di Pavese, si è fatto nel corso degli anni: metter al centro dell’attenzione il testo, slegandolo da qualsiasi sovrastruttura storica o privata dello scrittore. #LunaFalò, #Leucò e #PaesiTuoi hanno dunque creato un viaggio crossmediale partendo dal testo di Pavese, passando per una sua deframmentazione linguistica attraverso il social (twitter), e giungendo ad una riappropriazione individuale e collettiva dell’opera nella sua globalità, alla luce dell’esperienza di approfondita ri-lettura. In questo senso il modello #Leucò ha svolto appieno il compito, suggerito da McLuhan, di metafora attiva in quanto ha tradotto l’esperienza del romanzo di Pavese in una forma nuova, un ibrido che è  “momento di verità e di rivelazione dal quale nasce una nuova forma che ci trascina fuori dal sonno ipnotico in cui ci aveva trascinati la narcosi narcisistica.
Il momento dell’incontro tra i media è un momento di libertà e di scioglimento dallo stato di trance e di torpore da essi imposto ai nostri sensi”. #Leucò ha dunque creato un nuovo incontro di media, che è stato incontro di sensi risvegliati dal torpore individualistico della fruizione visiva di un romanzo. La sfida di #Leucò e della Fondazione Cesare Pavese è stata e sarà quella di disintermediarsi per reintermediarsi in maniera interdisciplinare e transensoriale: diventare “hub” culturale, una sorta di incubatore/laboratorio in cui contaminare idee nei diversi linguaggi artistici per far nascere e sviluppare nuovi ibridi che rappresentino, come l’italiano contaminato dallo slang americano per Pavese, lo strumento per tradurre la complessità del mondo che ci circonda e quindi siano, per l’uomo, un’opportunità di comprensione, di conoscenza, di crescita e di libertà: “qualcosa di molto serio e prezioso”.

Che relazioni ci sono, se ce ne sono, tra Santo Stefano Belbo e Brancaleone Calabro, il paese dello Ionio calabrese che Pavese ricorda anche dieci anni dopo il suo rientro a Torino dal confino (scriveva all’amico Oreste Politi: “Caro Politi, come vanno le cose a Brancaleone? Io continuo a dover rimandare la gita che da dieci anni voglio fare laggiù. Sembra quasi che come nel ’36 ero confinato là,  adesso sia confinato qui. Salutami moglie e tutti i tuoi. Ciao. Pavese”) ?

Cesare Pavese

Tra i due Comuni, come anche tra Santo Stefano Belbo e Serralunga di Crea, altra città legata alla biografia dello scrittore (dopo l’8 settembre 1943, Pavese vi si rifugia, nella casa di famiglia, per sfuggire alla guerra), esistono i normali rapporti che intercorrono tra enti pubblici legati da un comun denominatore letterario. Brancaleone è un paese molto attivo e fiero della memoria dello scrittore, come anche Serralunga di Crea.

Il confino e la vita in Calabria di Pavese: c’è chi afferma che il rapporto tra lo scrittore delle Langhe e la Calabria sia stato fecondo (http://www.calabriaonweb.it/2013/01/09/pavese-in-calabria-il-futuro-verra-da-un-lungo-dolore-e-un-lungo-silenzio/); il “Mestiere di vivere” ha inizio a Brancaleone il 6 ottobre del ’35, ma in Calabria, si sostiene, c’è l’avvio addirittura di una nuova poetica. Elio Gioanola (ad avviso di Gianni Carteri autore di “Fiore d’agave”) riassume così il passaggio di Pavese in Calabria: “Il contatto con l’antica civiltà calabra, produce nello scrittore cittadino un autentico shock, sembrando a lui di ritrovare ancora vivente e attiva quella cultura mitico-ancestrale che credeva ormai del tutto relegata nella letteratura o nei libri di etnologia (come quel celebre “Ramo d’oro” di Frazer che veniva appena dall’aver letto)”. Per altri, come sa, penso a Franco Ferrarotti, il confino non influì se non relativamente sulla visione mitica di Pavese… Lei cosa ne pensa?

Pavese era un uomo e uno scrittore di grande profondità e sensibilità. In questo senso ogni fatto della sua vita credo possa aver influito, più o meno prepotentemente, sull’opera e sul percorso umano. L’esperienza del confino ha forse acuito, da un punto di vista reale e fisico, il suo sentirsi “confinato” esistenzialmente. Non a caso il Mestiere di vivere (ogni diario ha un fondamento intimistico e privato) viene inaugurato nel corso del periodo calabrese della vita dello scrittore. Sicuramente il contatto con la mediterraneità calabrese ha influito sulla costruzione della poetica del Mito, elaborata attorno al 1941, e basata sull’interesse per i testi di antropologia (su tutti “Il ramo d’oro” di Frazer) ed etnografia. Il contatto con quella realtà lontana da quella della città (Torino) e della campagna (Santo Stefano Belbo) ha offerto allo scrittore un nuovo punto di vista per la creazione poetica: si pensi alla poesia “Lo steddazzu” in cui Pavese racconta il lento trascorrere della giornata a Brancaleone dall’alba allo spegnersi dell’ultima stella, lo steddazzu, appunto.

Qual è l’attualità di Cesare Pavese a 63 anni dalla sua morte?

Pavese è attualissimo. La sua opera, sempre diversa ad ogni età, è sempre più apprezzata dai giovani e dalle nuove generazioni di lettori. Sintesi, situazioni molto visive (viviamo in un’epoca dominata e quasi divorata dall’immagine), linguaggio schietto, metaforico e immediato, universalità dei temi trattati rendono l’opera di Pavese un punto di partenza fondamentale per la costruzione letteraria della propria esistenza. Pavese è bello tutto ma “La luna e i falò”, “Il mestiere di vivere”, i “Dialoghi con Leucò”, le poesie e i racconti rappresentano un tassello importantissimo nella narrativa italiana del secolo scorso. Pavese è uno scrittore sempre attuale (lo dimostrano anche le numerosissime traduzioni in quasi tutte le lingue parlate) che affronta temi universali con i quali ogni essere umano si deve confrontare nel proprio percorso esistenziale. Pavese ci parla dell’uomo e lo fa utilizzando il medium della campagna e della città, delle colline che sono “secoli” e della vita frenetica del grande centro in piena rivoluzione industriale. Parla di amore e di morte, guardando in faccia il Mito e quindi se stesso, parla di crescita e di costruzione della propria interiorità, parla di vita e di maturità, di viaggio e di ritorno e lo fa raccontando della vigna, del fiume, del serpente, del salotto borghese, della luna e dei falò.

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