Tra i paesaggi di Calabria, scoprendo Anna Maria Ortese

Lo sguardo e la penna di Anna Maria Ortese si sono spesso posati sulla Calabria. Una terra di passaggio e di confine che ha ispirato la scrittrice, le sue storie senza storia, avvolte in specchiata metafisica, in spiccato simbolismo ed interiore bellezza, sembrano così pertinenti alla natura del paesaggio della nostra terra che ha descritto in “Viaggio in Calabria”.

Annamaria Ortese

Il contrasto forte tra il mare splendente e le montagne arse dal sole, hanno espresso la metafora dell’esistenza della scrittrice, sempre tesa tra l’andare e il restare, sempre forte e debole al tempo stesso. Una scrittrice che ha mutato profondamente la coscienza letteraria del nostro Paese. La Ortese fu strettamente legata al Sud e ai suoi soggiorni calabresi che somigliano a piccole fughe che le hanno sempre regalato quiete e tranquillità. Un legame rinsaldato anche dal film “Corpo celeste”, ambientato e girato a Reggio Calabria di Alba Rohrwacher che nel titolo e nelle ambientazioni metafisiche rappresenta un tributo importante alle tematiche ortesiane.
Recentemente Adelia Battista (Premio Morante 2012),  ha pubblicato “Anna Maria Ortese. La ragazza che voleva scrivere” (Lozzi), un romanzo appassionato e sincero, che racconta viaggi, miraggi e tensioni della vita della scrittrice. Un tributo narrativo che rappresenta la fine di un percorso che la Battista ha voluto dedicare ad  una delle voci più autorevoli della letteratura italiana, che scelse la Calabria come terra d’approdo e di rifugio.

Anna Maria Ortese, scrittrice, tra le più innovatrici del suo tempo, ha sempre conservato un rapporto di amore e odio con i posti in cui è stata, che rapporto aveva con il Sud? 

Per Anna Maria Ortese la Calabria era una terra che sintetizzava bellezza e problematicità, una problematicità che per lei partiva dal Mezzogiorno e si estendeva in tutto il Paese. Il rapporto che generalmente aveva con i luoghi era di odio e amore, quasi in ugual misura. Nella scrittrice esiste un nodo, come scrive Antonella Anedda, fra luogo e dolore.  Lo sguardo con cui la scrittrice guarda il Sud, a cominciare da Napoli, poi la Calabria, (non dimentichiamo le bellissime pagine di “Viaggio in Calabria”), è di deluso amore perché il “bene comune”, frutto del buon lavoro della politica e della cultura viene continuamente disatteso, e le speranze di un “cambiamento”, di una vita che si appoggi su pilastri quali la scuola e il lavoro, deluse irrimediabilmente. Nella narrazione della Calabria, la Ortese, diventa quasi una reporter, che annotta i contrasti di una terra spesso dimenticata o sottovalutata.

Nel suo ultimo libro “Anna Maria Ortese. La ragazza che voleva scrivere” ha affrontato il difficile rapporto con Milano e la fuga verso Roma, quanto era salvifica la fuga e quanto era ispiratrice nella letteratura della Ortese? 

La città di Milano, patria dell’editoria, ha accolto Anna Maria Ortese quando ha lasciato definitivamente Napoli, dopo le polemiche de Il mare non bagna Napoli.  La scrittrice nei primi anni ha un rapporto speciale con Milano, inoltre qui, negli anni ’50, nasce il suo amore con  il caporedattore dell’Unità, Marcello Venturi. Dopo, a distanza di anni, non mancheranno le disillusioni, le amarezze, le difficoltà e Milano si trasformerà per lei in un luogo d’esilio. La scrittrice lascerà Milano, definitivamente, durante gli anni della contestazione, nel ’69, dopo avere cominciato qui la prima stesura de Il Porto di Toledo per rifugiarsi a Roma, dove porterà a termine il suo romanzo che uscirà nel ’75. Nella Ortese vi è un desiderio sempre rinnovato di fuga. La fuga è una condizione quasi necessaria, le permette di avvicinarsi alle cose e di allontanarsi quando si fanno incomprensibili o insostenibili.  In questo mio libro ho voluto raccontare la nostalgia della scrittrice che era rappresentata dal Sud e dal mare che diventano per lei elementi catartici, ad esempio in “Viaggio in Calabria” scrisse: “quanto è intenso e malinconicamente mio questo mare di Calabria, così distante da Roma e da Milano, così diverso dallo specchio d’acqua del Golfo di Napoli che raccoglie passioni esasperate.” C’è molto Sud in questo libro, un Sud che anche se deriso e distrutto diventa una patria morale dove rifugiarsi.

Cosa l’ha portata ad innamorarsi intellettualmente di questo personaggio, tanto da dedicare molti volumi alla sua figura? 

Ho conosciuto Anna Maria Ortese durante gli anni dell’università, a Napoli. In quel tempo  avevo già letto tutti i suoi libri, a cominciare dall’Iguana, (ne parlo in “Bellezza, addio”), che un’amica, autrice di favole e storie, per bambini e ragazzi, Lia Sellitto, mise nelle mie mani nella prima metà degli anno ‘80. Allora, lavoravo alla tesi sudi lei, a Napoli, e ho cominciato a scriverle. La scrittrice non rispose a quella prima lettera, la delusione fu grande per me, naturalmente. Le scrissi ancora, questa volta era solo un biglietto e mi arrivò una sua lettera in cui si scusava per non avermi risposto la prima volta. Mi parlava di lei, della sua vita nella cittadina di Rapallo, del suo lavoro. Da allora abbiamo continuato a scriverci. E’ stata un’emozione bella ricevere i suoi espressi, le cartoline. Ne ricordo una in particolare, che mi scrisse quando non ebbe più notizie né di me, né della mia tesi:“Non ho più sue notizie e nemmeno della tesi. Come è andata? Spero bene, ma se fosse andata meno bene, coraggio, certe cose si rifanno! ”.

Quanto manca una figura come la Ortese alla società italiana? 

Anna Maria Ortese è stata subito una voce, chiede  pace, giustizia, il ritorno della legge che non c’è, o è tenuta lontana, in un eterno esilio. Ha una dimensione di impegno, di responsabilità e, come scrive Dario Bellezza, è “gettata a soffrire nel mondo con la sua anima di eterno antico”, ma sa anche che l’impegno non deve trasparire nell’opera. In Italia oggi manca una visione “ortesiana” della realtà, un osservare con cruda consapevolezza la quotidianità e cercare di rivoluzionare tutto con la letteratura.

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