Il cedro “sacro” è qui. E a luglio arrivano i rabbini

Da Cetraro a Diamante fino ad arrivare a Santa Maria: il fiore del cedro, bianco dai contorni violacei, lo vedi già nei racconti di chi le cedriere le ha vissute da bambino. Per i cedricoltori, la fioritura primaverile, quella che esplode nei campi tra aprile e giugno, è sempre una meraviglia. E il visitatore che la osserva per la prima volta è conquistato dalla suggestione del luogo. Lungo i filari di piante si sprigiona un odore particolare, insieme dolce e agre, che ti resta nelle narici e s’infila nella testa. Un profumo di sacro celebrato dai poeti di ogni epoca, come ricorda Franco Galiano, autore di tanti testi sull’argomento. Risalendo la costa, da Cetraro a Diamante fino ad arrivare a Santa Maria, le piantagioni sono allineate a pochi passi dal mare, nel mezzo delle vallate attraversate da rivoli e fiumare. Il frutto – ci spiegano i contadini – non ama il freddo e per maturare ha bisogno di temperature miti, al riparo da venti forti o sciroccosi e da gelate. È per questo che un tempo, le coltivazioni si proteggevano con le canne, oggi sostituite dalle reti. Il particolare microclima e le esclusive condizioni del terreno fanno sì che il cedro attecchisca solo in questa parte del mondo. Nella zona dell’alto tirreno cosentino, uno dei più incantevoli litorali d’Italia, cresce “il frutto dell’albero più bello”: Perì ‘etz adar,dicono gli ebrei.

Aspettando l’estate tra religione e natura.

Citato per ben settanta volte dalla Bibbia, è per la religione ebraica, il frutto più prezioso. Non è un caso se i rabbini di tutto il modo, ogni estate, tra luglio e agosto, si danno appuntamento proprio a Santa Maria del Cedro. E insieme ai contadini del posto selezionano ad uno a uno i cedri migliori per la festa delle Capanne (Sukkoth). La Calabria dei contadini delle mani callose, della comunità greco-ortodosse e dei santuari cristiani che si specchiano nel mare si scopre ancora più multiculturale. Crocevia di popoli e culture. Culture diverse che nei secoli hanno trovato su questo nostro terreno un humus fecondo. Sembrerebbe, infatti, che a introdurre questa coltivazione siano stati proprio gli ebrei ellenizzati durante le loro migrazioni. La qualità più pregiata– il liscio di diamante– fiorì proprio alle foci del fiume Abatemarco, dopo la caduta di Gerusalemme.
Secondo un’antica tradizione israelita fu Dio stesso a indicare a Mosè, durante l’esodo del popolo ebraico verso la Terra Promessa, il cedro (etròg) come una delle quattro piante da utilizzare in occasione della celebrazione religiosa dei Tabernacoli o delle Capanne. Da allora, ogni anno ad ottobre, gli ebrei obbediscono a Mosè. Per una settimana allestiscono capanne nei giardini o sui balconi, vivono all’aperto. Nei sette giorni, ad eccezione del sabato, portano nella mano destra un ramo di palma assieme a due di salice e tre di mirto e nella sinistra un piccolo cedro. Il popolo ebraico – raccontano le fonti – ovunque è passato, dovunque si è fermato – nella sua millenaria diaspora, ha sempre portato con sé questo frutto sacro. Per questo non è difficile concordare con chi ritiene che siano stati proprio gli ebrei a diffondere nel mondo la coltura di questa pianta che avevano già conosciuto gli egiziani.

La raccolta tra coltura e cultura

Ma il frutto usato nel rito deve essere perfetto come indicato dai testi rabbinici. Nessuno stupore, dunque, se arrivato il momento della raccolta, sono i sacerdoti ad affiancare i contadini del luogo per assicurarsi che il cedro non provenga da pianta innestata e sia perfettamente sano: non maculato e senza rugosità. Una ricerca minuziosa e attenta a cui i rabbini si dedicano personalmente fin dalle prime ore del giorno. Sono i contadini, però, che hanno l’onere e l’onore di raccogliere il frutto dalla pianta. Una raccolta faticosa che avviene stando sempre in ginocchio perché le piante sono basse e le spine dei rami acuminati. Il raccolto, come vuole la tradizione, è anche un momento di festa che richiama curiosi e turisti. Un rituale che la Calabria, terra aspra, profumata come i suoi agrumi ha l’obbligo di condividere e promuovere. Il cedro non solo come coltura, dunque, ma anche come elemento di condivisione tra religioni differenti: quella cristiana e quella ebraica, tra popoli distanti e culturalmente diversi. La Calabria come ponte e di punto di incontro tra universi che dialogano.

Dalla tavola alle proprietà mediche

Oltre al mondo ebraico, la raccolta è destinata alle aziende di trasformazioni locali e il frutto viene impiegato per la produzione di liquori, creme, confetture, dolci, gelati, sorbetti. Il Consorzio regionale del cedro di Calabria – afferma il presidente Angelo Adduci – per la qualità liscia diamante ha di recente richiesto la Denominazione di origine protetta (Dop) di Santa Maria del Cedro. “L’iniziativa – continua- si propone di difendere l’autenticità del prodotto coltivato esclusivamente nella Riviera del Cedro e di dare nuovo slancio al comparto della cedricoltura affrontando una problematica – quella della richiesta della Dop – che finora non ha trovato la soluzione sperata”.
Il cedro è anche apprezzato per le caratteristiche organolettiche che ne fanno un agrume dalle particolari proprietà antiossidanti. Un potente alleato contro l’invecchiamento e per il benessere fisico le cui caratteristiche in ambito farmaceutico erano già note all’autorevole scuola medica salernitana tra l’XI e il XII secolo. Nessuna meraviglia, dunque, – commenta Francesco Fazio, medico oncologo – se la Favo (Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia) ha scelto proprio il fiore di questo frutto come simbolo della giornata del malato oncologico che quest’anno si terrà il prossimo 20 Maggio.

La Calabria tra terra e sogno

Il frutto dell’albero più bello ha il colore verde della speranza e la scorza dura dei calabresi. Attecchisce solo in questa parte del mondo ed è la gente di qui che di generazione in generazione si tramanda il segreto della coltivazione. I cedricoltori raccontano di avere appreso tutto quello che sanno dai padri, dai nonni. Ma nelle parole rassegnate dei più anziani: “Sono stanco di stare in ginocchio tra le spine”, “la coltivazione è troppo faticosa alla mia età” – ci dice più di un contadino – si affaccia timido anche il sogno di un riscatto. La speranza che un sapere di famiglia si trasformi finalmente in una conoscenza collettiva per non disperdersi nei rivoli del tempo. Un sapere che ha il gusto e il sapore agre e dolce del cedro. Ma che è più del cibo che mangiamo: è anche la storia di un incontro tra popoli, quello d’Israele e quello di Calabria, tra religioni, quella ebraica e quella cristiana, tra sacro e profano, tra realtà e speranza. Il frutto dell’albero della vita di cui finalmente poter mangiare senza colpa, in una logica di rinnovata alleanza che consegni al mondo l’immagine di un’altra Calabria.

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